La religione islamica assegna alla donna un ruolo preciso all'interno della società e della famiglia e mette in evidenza i diritti di cui essa gode e i doveri cui deve sottostare. Apparentemente questa religione sembra aver inciso negativamente sulla sua condizione e averla relegata ad un ruolo di totale sottomissione all'uomo e di inferiorità. Se è vero che oggi nelle società arabo-musulmane la donna è in una posizione di maggiore dipendenza rispetto ad un'occidentale, tuttavia un'attenta analisi del testo coranico e dei comportamenti del profeta Maometto nei confronti delle donne ci spinge a ricercare altrove la causa di questa situazione o almeno a non attribuire tutta la responsabilità alla religione islamica.
L'Islàm ha le sue origini nella penisola arabica, in una società che si fonda sul vincolo di sangue e dove prevalgono strutture di tipo patriarcale. Nel contesto in cui nasce il fondatore dell'Islàm, Maometto, la donna occupa una posizione sociale molto bassa. Quando è nubile si trova sotto la tutela del padre e degli altri uomini della famiglia; una volta sposata è sottomessa anche economicamente al marito e alla nuova famiglia. Non ha diritto alla dote né all'eredità; il marito ha il potere di ripudiarla e di farla tornare in qualsiasi momento e tutte le volte che lo desidera, senza dover dare alcuna spiegazione, e può avere più mogli contemporaneamente. Se una donna rimane vedova, si sposa con il fratello del marito defunto o con un altro uomo della famiglia. La sua libertà di movimento è limitata, data l'importanza che assume la castità, necessaria per garantire all'uomo la paternità ai propri figli.
Maometto apporta delle riforme piuttosto avanzate rispetto alla cultura dominante, anche se non urtano contro regole anteriori saldamente stabilite già da lungo tempo. Innanzitutto il Corano, pur definendo chiaramente la donna inferiore all'uomo ("Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle...", Corano, 4,34), le riconosce come credente parità di diritti e di doveri: "E chiunque, maschio o femmina, opererà il bene, e sarà credente, entrerà nel Paradiso e non gli sarà fatto torto nemmeno per una scalfittura d'osso di dattero" (Corano 4, 124). Come membro della nuova comunità religiosa (non più quindi una comunità basata sul vincolo di sangue) Maometto concede alla donna uno status giuridico decisamente rivoluzionario all'epoca. Le principali riforme riguardano il matrimonio, il divorzio e l'eredità.
Maometto stabilisce che il matrimonio non è più un contratto fra marito e tutore della fidanzata, dove la donna è oggetto di vendita, ma è un contratto fra marito e moglie che liberamente si sono scelti. Queste, almeno, le sue intenzioni, ma le scuole giuridiche che nasceranno nei secoli successivi si comporteranno in modo diverso rispetto alla lettera del Corano, ritenendo comunque indispensabile, o almeno raccomandabile, l'intervento del tutore della sposa a concludere il contratto. Poiché, dunque, la donna viene riconosciuta dal Corano come parte contraente, il dono nuziale appartiene alla sposa, che è così cautelata dal rischio del ripudio.
La poligamia (la possibilità di avere più di una moglie) viene limitata: il marito non può avere più di quattro mogli contemporaneamente e solo se è in grado di comportarsi equamente con ognuna di loro; in compenso, può avere tutte le concubine che desidera, sempre che i suoi mezzi glielo permettano: "Se temete di non esser equi con gli orfani, sposate allora, di fra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non esser giusti con loro, una sola, o le ancelle in vostro possesso; questo sarà più atto a non farvi deviare" (Corano, 4, 3).
Anche la libertà di ripudiare la propria moglie viene limitata: Maometto ha sempre scoraggiato il divorzio. Introduce un periodo d'attesa per dar tempo al marito di riflettere e possibilmente di riconciliarsi con la moglie. Durante questo periodo (che può durare tre mesi oppure, se la donna è incinta, fino al parto) la moglie deve essere mantenuta; inoltre, se la formula di ripudio viene pronunciata per tre volte, il divorzio è irrevocabile e il marito non può più ricondurre a sé la moglie. A lei vengono concessi alcuni mezzi legali per intervenire quando l'unione è indesiderata. Il Profeta dice inoltre che le donne devono essere trattate bene. E uno dei suoi segni è che "Egli ha creato da voi stessi delle spose, affinché riposiate con loro, e ha posto fra di voi dolcezza e amore" (Corano, 30, 21).
La donna (moglie, figlia, sorella o nonna) acquista il diritto legale di ereditare dal defunto, anche se riceve soltanto la metà della quota cui avrebbe diritto un uomo dello stesso grado di parentela; ciò deriva dal fatto che gli uomini della famiglia hanno già l'incombenza del mantenimento delle donne e dei figli. E la quota di eredità diventa proprietà della moglie.
Le si riconosce anche il diritto di tutela di minori, contrariamente al passato, dove esso spettava agli agnati.
La donna ha il diritto di possedere delle proprietà e di disporre di esse liberamente, senza il consenso o l'intermediazione del marito o del tutore. Essa continua a godere del diritto di commerciare, di avere un mestiere, di occuparsi di politica e dello studio delle scienze religiose.
Infine, è previsto che la donna possa apportare al contratto di matrimonio eventuali clausole, quali ad esempio la rottura del contratto nel caso in cui il marito sposi altre mogli.
Il diritto di famiglia musulmano, elaborato dopo la morte del Profeta fra l'VIII e il X secolo, sulla base del Corano e di altre autorevoli fonti, definisce in modo sistematico i diritti e i doveri della donna. Le varie scuole giuridiche, sotto l'influsso dei costumi di una società da lungo tempo patriarcale, ne limitano notevolmente i diritti, dando spesso un'interpretazione discutibile delle norme coraniche pur di giustificare il loro operato.
Il dovere principale della moglie è l'obbedienza al marito "per le cose lecite": egli ha il diritto di esercitare la sua potestà maritale esigendo che la moglie vada ad abitare con lui; che non esca di casa senza il suo permesso; che non si mostri in pubblico senza velo (deve vestirsi con pudore); che non riceva visite di uomini, salvo i parenti prossimi, con cui è proibito il matrimonio. Deve inoltre concedersi al marito, a meno che non sia malata o incinta e occuparsi della casa e dei bambini. La moglie che non obbedisce è considerata indocile, e il marito ha il potere di correggerla, ma senza eccessi.
Un altro importante dovere del marito, oltre al dono nuziale alla sposa, è di provvedere al mantenimento della o delle mogli in modo conveniente alla loro posizione sociale; se il marito non ottempera a tale dovere, la moglie può ricorrere in giudizio. Il mantenimento è unicamente a carico del marito, e la moglie, anche se benestante, non ha alcun dovere di concorrervi, né di aiutare il coniuge se povero.
Non esiste la comunione dei beni, quindi la moglie, come il marito, mantiene la proprietà dei beni che già possedeva prima del matrimonio e può amministrarli come vuole senza dover chiedere l'autorizzazione al coniuge.
Benché già nell'elaborazione del diritto musulmano si tenda a limitare la libertà della donna, in realtà, ciò che determinerà l'assegnazione ad essa di un ruolo limitato al campo familiare e domestico sarà l'interazione di queste norme con i costumi tipici di alcuni popoli conquistati dai musulmani nei primi tempi della loro espansione. Ogniqualvolta uno di questi usi verrà adottato dai conquistatori, esso verrà a far parte del "codice etico" dell'Islàm. Il velo e la segregazione dell'harem" sono due tipici esempi di pratiche consuetudinarie locali adottate dai conquistatori arabi. Esse, inizialmente applicate alle classi alte, non hanno un aspetto totalmente negativo, come invece accadrà in parte quando si estenderanno alle classi inferiori.
Quando oggi si parla di "donna tradizionale" ci si riferisce a comportamenti propri dell'epoca di maggior decadenza del mondo arabo, successiva all'arrivo degli Ottomani nel XVI secolo. In questo periodo di crisi la donna diventa un elemento essenziale alla sopravvivenza della società arabo-musulmana, poiché è lei che, attraverso l'educazione dei giovani, trasmette i valori dell'Islàm e della cultura araba. Perciò il suo ruolo è limitato all'ambito familiare ed essa è totalmente sottomessa agli uomini della famiglia.
La famiglia arabo-musulmana, strettamente patriarcale, riconosce l'uomo più anziano della famiglia, normalmente il padre o il nonno, come capo incontestato e incontestabile, cui spetta sempre l'ultima parola su tutte le questioni.
La reputazione della famiglia dipende dall'osservanza di due principi: l'uno vuole che il parente maschio della linea paterna sia economicamente, legalmente e moralmente responsabile del suo gruppo parentale; l'altro riguarda l'"onore" del maschio, onore che dipende essenzialmente dalla condotta morale delle donne della famiglia. Questa struttura, se da un lato garantisce sempre una certa sicurezza economica alla donna, dall'altro la pone in uno stato di dipendenza totale dal gruppo familiare che, accettando di mantenerla economicamente, si vede riconosciuto il diritto di controllare tutte le sue attività e di correggerla, se occorre.
Nel corso della vita i diritti e i doveri della donna possono variare a seconda della posizione che occupa all'interno della famiglia. Dall'età dell'infanzia all'età del matrimonio l'educazione della ragazza mira ad un unico scopo: prepararla al suo ruolo di sposa e di madre. Essa impara ad occuparsi delle faccende di casa - pulizia, cucina, cucito - e ad accudire i fratelli più piccoli. Deve avere una buona condotta morale e deve essere ubbidiente, sottomessa, discreta, attiva, modesta; non deve mai alzare la voce, né essere curiosa di ciò che accade all'esterno. Ella deve, inoltre, preservare la sua verginità fino al matrimonio, affinché non venga intaccata la sua reputazione e quella della sua famiglia, e ciò la costringe ad una vera e propria reclusione.
Per quanto riguarda il matrimonio, la libertà di scegliere il proprio sposo, per la donna tradizionale, anche se pubere, generalmente non esiste. Il tutore della ragazza - padre, nonno, fratello - sceglie, fra i pretendenti, quello più adeguato e, come rappresentante della sposa, conclude con lui il contratto di matrimonio. Per quanto riguarda il consenso della sposa, se da un lato la legge islamica lo ritiene obbligatorio per concludere il contratto, d'altro lato riconosce come valido il consenso desunto dal semplice silenzio della donna; dato il tipo di educazione che la ragazza riceve sin dall'infanzia - obbedienza, sottomissione, discrezione - difficilmente oserà esprimersi sulla questione e tanto meno rifiutare una decisione presa dal padre o dal tutore. La sua disobbedienza verrebbe immediatamente punita dai maschi della famiglia in nome della loro incontestabile autorità. Un'altra ragione per cui la ragazza solitamente non si oppone al matrimonio combinato dai familiari è che, conducendo una vita priva di contatti sociali e non acquisendo, quindi, una sufficiente conoscenza del mondo esterno, non è poi effettivamente in grado di scegliere, né ha la possibilità di incontrare un partner adeguato.
Benché la donna sposata, come si è visto, possieda molti diritti all'interno della famiglia, spesso intervengono due fattori che, combinati insieme, non sempre le permettono di usufruirne: innanzi tutto, la maggior parte delle volte la donna non è a conoscenza dei mezzi legali con cui difendersi da eventuali inadempienze contrattuali da parte del marito; in secondo luogo la potestà maritale dà al marito un potere non controllabile di costrizione sulla propria moglie: in nome dell'obbedienza che una moglie deve al proprio marito, questi può obbligarla a fare qualunque cosa e può correggerla come e quando vuole, se è convinto che lei sia stata scorretta. Qualora egli abusi del suo potere, la legge difficilmente può intervenire a difesa della donna; infatti, se non vi sono dei testimoni che depongono a favore di lei, il marito non può essere punito, valendo di più la sua testimonianza di quella della donna.
La donna in età matura e con figli maschi gode di grande potere nel campo domestico e familiare e ha una certa influenza anche sui maschi della famiglia. È rispettata da tutti e ha una libertà di movimento maggiore rispetto alle altre donne, perché, essendo ormai sterile, non rischia più di compromettere l'onore della famiglia. Il suo compito è di mantenere e trasmettere la tradizione ai giovani: deve controllare che ci sia sempre una stretta separazione dei sessi, affinché non possa venir intaccato l'onore della famiglia; solitamente è lei che, delegata dal marito, combina i matrimoni. La donna anziana acquista, dunque, un potere che influenza direttamente la struttura di base della società.
La struttura della società tradizionale, infine, non prevede assolutamente che una donna viva da sola e si mantenga con i propri mezzi.
Le possibilità di scelta per la donna ripudiata, vedova o nubile non sono molte: o si sposa, o vive a carico della propria famiglia per il resto dei suoi anni, ma sempre sotto una tutela maschile.
Liliana Arduino
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