I RAPPORTI TRA STATO E COMUNITA' MUSULMANA NEI PAESI EUROPEI

 

Solo tre Paesi europei - l'Austria, il Belgio e la Spagna - hanno dato riconoscimento ufficiale all'Islam. Ecco un quadro delle soluzioni adottate fino ad ora dai diversi ordinamenti: problemi e prospettive.

 

I vari stati europei, di fronte all'emergenza dell'islam e alle richieste avanzate dai propri residenti musulmani, hanno assunto posizioni diverse. La diversità dipende sia dal tipo di rapporto che ogni entità statale ha instaurato con le confessioni religiose nel corso della propria storia recente sia dal tipo di politica culturale attuata verso gli immigrati. In Europa occidentale si può identificare una tripartizione di modelli di rapporti stato-confessioni religiose: il modello "francese" di stretta laicità statale, il modello "secolarizzato" degli stati a maggioranza protestante, cui può essere assimilato anche il cattolico Belgio, e il modello degli stati concordatari tipico d'Italia e Spagna.

Il modello francese è basato su una netta separazione tra lo stato e le confessioni, e la gestione dei bisogni religiosi è basata sul pluralismo, il non riconoscimento pubblico e la libertà privata sia per i culti sia per gli individui. Nella gestione di questo pluralismo, lo stato s'impone come arbitro per decidere ciò che è legittimo o meno, con l'impegno di custodire e conservare la laicità degli spazi istituzionali.

Il secondo modello, tipico degli stati protestanti, è caratterizzato dalla laicità dello stato, cui spetta il compito di riconoscere la rilevanza delle religioni e delle loro iniziative educative, assistenziali e culturali nell'ambito della società civile; in seguito al riconoscimento, lo stato concede ampi finanziamenti ufficiali alle confessioni religiose in quanto tali, come ad esempio in Germania, o a strutture che da loro emanano, come ad esempio nei Paesi Bassi. Questo modello è basato sulla rilevanza, sia teorica sia pratica, del pluralismo religioso, su una pronunciato de-centramento nella sua gestione, per cui ogni confessione esercita ruoli e funzioni previsti nel contesto legislativo dello stato, senza il suo intervento diretto per dirimere tale pluralismo.

Il terzo modello prevede invece un accordo bilaterale ufficiale di tipo pattizio tra le confessioni religiose e lo stato, con garanzie giuridiche garantite e gestione non decentrata degli affari religiosi, con un peso molto forte della Chiesa cattolica. L'Italia è un esempio tipico di questo terzo modello: i rapporti tra Chiesa cattolica e stato sono regolati dal Concordato, mentre quelli con le altre confessioni possono essere ufficialmente regolate dalle Intese.

Tuttavia qualunque sia il modello giuridico dei rapporti, e ancor di più se si tratta di modelli che prevedono rapporti ufficiali ad alta definizione giuridica, lo stato pretende un interlocutore certo, ovvero una rappresentanza unitaria e ufficiale della confessione religiosa, ed è su questo punto che nascono problemi, al momento difficilmente risolvibili nei rapporti con l'islam.

La mancanza di una rappresentanza unitaria costituisce infatti una caratteristica specifica dell'islam in generale, che si manifesta anche nelle comunità islamiche in Europa. Nell'islam infatti non esiste una gerarchia ufficiale, di tipo sacerdotale, che detenga l'autorità religiosa della comunità musulmana: gli 'ulemà, in quanto 'dottori' dell'islam, sono esperti nello studio della dottrina e della giurisprudenza, ma fungono essenzialmente da guide in materia religiosa, pur senza diretti connotati gerarchici. Tradizionalmente è stata invece l'autorità politica musulmana ad assurgere al ruolo di somma autorità religiosa - dato lo stretto nesso nell'islam tra religione e stato - senza una vera elaborazione giuridica univoca della dottrina del potere...

Le dispute a questo proposito hanno provocato fin dagli inizi le prime grandi divisioni tra sciiti, sunniti e kharigiti. In seguito l'autorità califfale ha rappresentato il sommo referente politico e religioso per i sunniti, e l'assunzione d'autorità avveniva attraverso dinamiche prevalentemente politiche e conduceva spesso alla contrapposizione di autorità rivali. In pratica, l'autorità veniva riconosciuta a chi effettivamente deteneva il potere, purché accettasse la legittimazione da parte della Umma islamica, espressa in vari modi dai 'rappresentanti' autorevoli, e si facesse garante della realizzazione della Umma. L'autorità politica era però sempre contestabile da parte di forze concorrenti, che si richiamassero ad un'interpretazione diversa del dato religioso. Attualmente il problema dell'autorità si ripropone in maniera acuta nel mondo musulmano moderno, diviso in vari stati nazionali, in ognuno dei quali il governo - nelle sue diverse forme - tende a rappresentare l'islam dal punto di vista politico e culturale, esercitando anche un controllo sulle istituzioni religiose nazionali. Anche gli stati che si sono avviati verso una certa laicizzazione, come l'Egitto o l'Algeria o la Turchia, si trovano a dover controllare le istituzioni islamiche locali, provocando la reazione di movimenti islamisti, che contestano la legittimità dei governi vigenti, chiedendo loro la piena applicazione della sharî'a riguardo alla forma dello stato e della società.

Gli stati europei tuttavia, come si è detto, quando si tratta di stringere accordi nazionali con le confessioni religiose, esigono una rappresentanza ufficiale, che sia realmente autorevole per la propria comunità religiosa. L'esigenza degli stati si scontra però con la situazione strutturale dei musulmani, che, in assenza di uno stato che gestisca direttamente l'organizzazione religiosa, scivola naturalmente nella frammentazione organizzativa. Questo spiega perché in Europa le strutture organizzative dei musulmani siano molto sviluppate a livello locale, grazie alle ampie possibilità offerte dalla leggi che regolano l'associazionismo. È invece molto più difficile per gli enti musulmani gestire rapporti a livello nazionale, con le istituzioni centrali dello stato, a causa della propria frammentarietà interna, da cui spesso si sviluppano dinamiche di forte competizione reciproca che impediscono l'espressione di una rappresentanza unitaria stabile e affidabile.

In Europa anzi le difficoltà si moltiplicano dato che i musulmani provengono da una moltitudine di paesi diversi, e quindi ciascun gruppo nazionale riproduce le divisioni esistenti in patria intersecandole con quelle degli altri gruppi. Il panorama risulta quindi molto variegato, e nessuna istituzione islamica o federazione associativa può presentarsi per ora come rappresentante dei musulmani all'interno di uno stato, perché non è in grado di raccogliere i consensi di tutti i gruppi, e in mancanza di questo la sua rappresentatività è sempre contestabile da altri.

Per risolvere il problema della rappresentanza, al fine di avere un interlocutore ufficiale con cui gestire i rapporti, gli stati europei hanno tentato nel corso dell'ultimo quarto di secolo due soluzioni: scegliere come controparte un'istituzione emanante da uno stato musulmano; oppure promuovere un organismo rappresentativo delle associazioni islamiche di base. La prima soluzione è stata scelta dalla Germania, che ha stipulato accordi con la Direzione degli Affari religiosi dello stato turco in merito alla gestione delle moschee, la nomina degli imàm e l'avvio di corsi di religione in alcuni Länder. Negli anni settanta anche il Belgio ha fatto un tentativo simile, riconoscendo come interlocutore islamico privilegiato il Centro islamico di Bruxelles, in cui è forte l'influenza dell'Arabia Saudita. Si trattava in entrambe i casi di scelte temporanee, dettate dall'esigenza di risolvere questioni concrete. Tuttavia questo tipo di soluzione non ha risolto il problema, anzi ha suscitato grandi dissensi da parte di altri gruppi musulmani di nazionalità diversa o appartenenti a movimenti contrari agli stati turco o saudita. Inoltre forti critiche sono state sollevate in ambiente europeo, sia perchè si conferiva a stati stranieri un potere non controllabile nei campi educativo, sociale e religioso, sia perché scopi e interessi dei paesi musulmani di origine non coincidevano spesso con gli obiettivi dei paesi europei, di promuovere politiche d'integrazione efficaci.

L'altra soluzione, scelta in un primo tempo soprattutto dalla Francia, è stata quella di favorire il costituirsi di una rappresentanza unitaria all'interno del paese, espressione dei vari gruppi musulmani in Francia, indipendente dai governi dei paesi musulmani d'origine. A questo scopo, il governo francese nel 1990 ha dato vita al CORIF, un organismo consultivo con membri musulmani scelti e nominati dal ministero degli Interni. Nelle intenzioni del governo francese, il CORIF avrebbe dovuto costituire un primo passo verso la formazione di un organismo unitario, riconosciuto dalla base musulmana, che rappresentasse tutto l'islam francese. Tuttavia il CORIF non ha raggiunto il suo obiettivo, di fronte alle contestazioni o all'indifferenza della maggior parte delle moschee di Francia. Nel corso della seconda metà degli anni novanta è stato il rettore della moschea di Parigi, d'influenza algerina, che ha cercato di coagulare intorno alla sua istituzione le associazioni musulmane di Francia, per creare una rappresentanza unitaria. Pertanto, aveva preso da tempo le distanze dal governo algerino, cui la moschea era tradizionalmente legata, dando origine al Consiglio Consultivo dei Musulmani di Francia, cui partecipano i rappresentanti di molte associazioni. Ma ad esso si è opposta la Federazione Nazionale dei Musulmani di Francia, controllata dalla Lega del Mondo Islamico. Di fronte all'ennesimo scacco, nell'impresa d'individuare un interlocutore ufficiale rappresentativo e unitario, il governo francese, proprio nel 2000, ha cercato di rilanciare l'idea di una rappresentanza consultiva, ritentando dopo dieci anni l'esperienza del CORIF, senza per ora avere sviluppi significativi.

Benchè anche in Francia la soluzione sia lontana, emerge però chiaramente la volontà politica di formare, procedendo con prudenza, un organismo unitario rappresentativo dell'islam francese, indipendente dalle ingerenze degli stati musulmani e inserito nel quadro istituzionale dello stato laico. Quello che nella politica dei governi francesi non si discute - qualunque sia lo schieramento politico - è che la cittadinanza, i valori su cui si basa l'ordinamento civile e politico, e le regole istituzionali, siano contrattabili: essi debbono essere accettati da tutti i residenti e cittadini, senza possibilità di deroghe. Essi rappresentano anzi il quadro fondamentale entro cui le varie esperienze sociali, culturali o religiose debbono collocarsi. L'esperienza francese è senz'altro una delle più interessanti anche se ci si può chiedere se sia proprio coerente con la pretesa 'laicità' dello stato il fatto che sia il governo stesso a promuovere una rappresentanza religiosa con cui intrattenere rapporti. Ma forse è un segno ulteriore che l'islam pone sfide veramente nuove, per affrontare le quali occorre creatività, pur in una conformità ai valori fondamentali della Costituzione e dello stato francese, che sono assolutamente fuori discussione per l'intera classe politica e l'insieme della società.

Una nuova strada ha invece intrapreso il Belgio, dopo vari tentativi falliti. In Belgio infatti, dopo avere abbandonato l'idea di scegliere come interlocutore un organismo collegato ufficialmente a uno stato musulmano, e dopo il fallito tentativo di nominare un 'comitato di saggi' che rappresentasse il "culto musulmano" di fronte allo stato, si è optato per il metodo elettivo. Negli anni ottanta la scelta non ha avuto successo, ma dopo una serie di tentativi, protrattisi quindici anni, si è finalmente addivenuti nel 1999 all'elezione di una rappresentanza musulmana ufficiale, preposta ai rapporti con lo stato, soprattutto per dare attuazione ai diritti concreti riconosciuti dallo stato all'islam, agli inizi degli anni settanta. Le elezioni si sono svolte sotto stretto controllo del governo, che si è riservato anche l'approvazione definitiva dei candidati eletti: è da sottolineare che dei 51 eletti ben 25 sono stati respinti perché non hanno ottenuto il gradimento dello stato, in quanto sospettati di avere contatti con gruppi fondamentalisti. In effetti quindi in Belgio si è tentato di coniugare il principio elettivo con quello del controllo dello stato, per prevenire derive integraliste. Ancora non si possono valutare gli esiti dell'iniziativa belga: è interessante però notare che il riconoscimento ufficiale all'islam, conferito nel 1974, non ha potuto entrare pienamente in vigore nei suoi aspetti concreti (come la nomina degli insegnanti di religione o la retribuzione degli imam quali ministri di culto) proprio per la mancanza di un rappresentanza ufficiale unitaria per la corretta applicazione dei diritti acquisiti. Questa difficoltà è emersa recentemente anche in Spagna, dove vige il sistema concordatario, e in cui nel 1992 lo stato ha stipulato un'Intesa con la confessione musulmana: anche qui la realizzazione concreta degli accordi è stata paralizzata, o resa molto difficile, dai dissidi interni tra i vari organismi musulmani che formavano la rappresentanza ufficiale dell'islam. In Spagna, proprio per ottenere l'intesa con lo stato, due organizzazioni musulmane si erano federate come un soggetto unitario. In seguito tuttavia sono scoppiati tra le due dissidi prolungati che hanno paralizzato gli accordi. Questo caso dimostra come sia improponibile concludere accordi ufficiali stabili se prima non si risolve il problema della rappresentanza.

In sintesi, nell'Unione europea solo tre stati hanno dato riconoscimento ufficiale all'islam: l'Austria, sulla base però di un'antica legge del secolo scorso dell'impero asburgico; il Belgio, che però non ha ancora risolto i problemi concreti di attuazione degli accordi; la Spagna, in cui l'esecuzione concreta dell'intesa è vanificata dalla conflittualità sorta all'interno della federazione islamica. Sia in Francia, sia in Germania, sia nei Paesi Bassi, sia nel Regno Unito, pur in presenza di diverse legislazioni e di diversi modelli di rapporto stato-religioni, si assicura ai musulmani, come a tutti i residenti e cittadini, la libertà religiosa, ma nel quadro del diritto comune debitamente applicato. Data la pluralità esistente all'interno dell'islam, questa scelta sembra la più efficace e prudente; opzioni possibili, più 'ufficiali', condurrebbero infatti a legittimare, quali rappresentanti dei musulmani, sia organismi para-politici (collegati agli stati e/o a movimenti dell'islam politico) oppure gruppi privi di una rappresentanza effettiva.

Per l'Italia la situazione non è semplice, perché lo strumento dell'Intesa è molto rigido nella sua ufficialità, e più di altri richiede come controparte dello stato comunità mature e consolidate, esprimenti una rappresentanza reale. A differenza della Spagna, ove le intese sono revocabili unilateralmente da una delle due parti - stato o confessione religiosa- in Italia hanno invece un carattere di scarsa modificabilità. Questo suggerisce grande prudenza nell'uso dello strumento dell'Intesa con la comunità musulmana, di così recente costituzione in Italia e così frammentata al suo interno. Lo stesso fatto che le organizzazioni musulmane in Italia abbiano presentato ben quattro diverse domande d'intesa, dimostra quanto sia lontana l'idea di 'rappresentanza unitaria'. Né è sufficiente che si creino federazioni nuove, che unifichino varie organizzazioni sotto un unico emblema, per risolvere il problema della reale rappresentatività. La fallacia di questo tipo di operazioni è stata tra l'altro dimostrata dall'esperienza spagnola Resta poi la domanda fondamentale, se i tempi in Italia siano veramente maturi perché la popolazione musulmana possa esprimere una propria rappresentanza unitaria, in grado di trattare con le istituzioni dello stato. L'immigrazione in Italia è infatti ancora troppo recente, e la maggior parte degli immigrati è alle prese con problemi più concreti di natura economica e familiare. D'altra parte la maggior parte dei musulmani non conosce il contesto italiano, quale rapporto intende stabilire con esso, le modalità con cui sintetizzare la propria appartenenza all'islam con l'adesione ai valori fondamentali della società italiana. La stessa scarsa frequenza alle moschee dimostra che gli stessi organismi islamici esistenti non rappresentano la maggioranza della popolazione. La distanza che si manifesta tra gli enti dell'associazionismo islamico e la maggioranza della popolazione musulmana residente in Italia, è un dato di fatto da considerare, nella prospettiva d'iniziative sul piano politico. Probabilmente la via migliore da seguire non è quella di legittimare istituzionalmente organismi la cui rappresentatività reale è dubbia - magari stipulando un'intesa prematura tra lo Stato italiano e una "confessione musulmana" rappresentata da enti scarsamente rappresentativi - , ma lasciare spazio e tempo al confronto e al dibattito all'interno delle varie correnti e organismi musulmani e nel più vasto ambito della popolazione musulmana di origine immigrata, perché possa emergere gradualmente una rappresentanza reale, che esprima realisticamente

le esigenze dei musulmani nel contesto italiano. Prima di giungere a un'Intesa, di per sé difficilmente modificabile una volta stipulata, sembra indispensabile un maggiore radicamento dei musulmani in Italia, tenendo conto che il diritto comune italiano garantisce già, indipendentemente da qualsiasi Intesa, la libertà di religione, di espressione, di associazione per i musulmani come per gli altri residenti e cittadini. Precorrere i tempi significherebbe non consentire che emergano tutti gli interlocutori musulmani con i loro tratti specifici e che neppure vengano espresse in modo compiuto le esigenze religiose sentite dalla base. D'altra parte sarebbe come minimo imprudente non valutare i rischi d'interlocutori legittimi per lo stato italiano che potrebbero favorire un'evoluzione dell'islam italiano in senso conflittuale rispetto ai valori fondamentali della società e della cultura italiana ed europea.

Le stesse esperienze dei diversi paesi europei, che hanno comunità musulmane di più antica immigrazione rispetto all'Italia, mostra la necessità di procedere con gradualità per coniugare il diritto di libertà religiosa con l'altrettanto legittimo obiettivo dell'integrazione.

In questa prospettiva il diritto comune offre un'ampia gamma di soluzioni. L'intesa è più un punto di arrivo che un punto di partenza. Nel frattempo, l'esperienza del Belgio di promuovere una rappresentanza elettiva appare interessante e conforme all'esigenza di ampia condivisione da parte della base islamica. La via belga - la cui efficacia concreta è del resto ancora da dimostrare - esige un lungo percorso preparatorio, per essere credibile, e una forte consapevolezza culturale da parte della classe politica al governo, ben ancorata ai valori fondamentali che reggono le società europee.

Andrea Pacini

 

 

 


Ritorna al sommario


Ritorna al menu principale


I dati non pubblicati in questa pagina sono reperibili nel numero della rivista in forma cartacea, e possono essere richiesti.
vi siamo grati per i vostri suggerimenti e le vostre correzioni che potete inviare a:

info

centro-peirone.it