Benvenuti nel sito della Chiesa Cattolica di Torino

Centro
Federico Peirone

Seguici su
Facebooktwitterrssyoutubeinstagram
24 Maggio 2016

AFGHANISTAN – ( 24 Maggio 2016 )

Facebooktwitterpinterestlinkedinmail
Ucciso Mansour, talebani più vicina alla resa?

di Gianandrea Gaiani

24-05-2016
 
 
La stampa afghana conferma la morte del leader talebano Mullah Akhtar Mansour

L’hanno confermato anche i talebani. Un drone statunitense ha ucciso con un missile il capo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, il leader talebano Mullah Akhtar Mansour, che da un anno aveva preso il posto del mullah Omar alla guida del movimento. Una successione lunga e difficile e contraddistinta da forti tensioni interne per le pretese di “ereditare” il controllo delle forze talebane da parte del figlio e del fratello del Mullah Omar, Mohammad Yaqoob e Abdul Manan che potrebbero nutrire nuovamente aspettative di leadership.

Oggi per la guida del movimento il più gettonato sembra essere Moulavi Haibatullah Akhunzada, religioso salafita di Kandahar, anche se c’è chi considera possibile l’investitura del Mullah Sirajuddin Haqqani, figlio del famigerato Jalaluddin che fondò la Rete Haqqani, gruppo talebano con base nel Nord Waziristan pakistano, molto forte a Kabul e nell’est afghano che è però sempre rimasto separato dalla “shura di Quetta” guidata da Omar e poi da Mansour. Inoltre, Haqqani non sarebbe certo un leader morbido e pronto a negoziare la pace.

La morte del leader talebano Mullah Akhtar Mohammed Mansour, «segna un’importante pietra miliare nei nostri sforzi di lunga data per portare pace e prosperità in Afghanistan», ha detto il presidente americano Barack Obama. Il raid aereo che ha colpito il taxi su cui viaggiava Mansour, nella provincia pakistana del Baluchistan, costituisce l’ennesima e forse più grave violazione della sovranità territoriale di Islamabad dai tempi del raid di cinque anni fa ad Abbottabad in cui le forze speciali statunitensi uccisero Osama bin Laden.

Come allora i pakistani si sono molto arrabbiati per l’intrusione americana minacciando «reazioni appropriate», ma al tempo stesso sono in imbarazzo per l’ennesima conferma degli stretti legami tra Islamabad, i suoi servizi segreti militari (Isi) e tutte le forze jihadiste che combattono il governo di Kabul: al-Qaeda, talebani della “shura di Quetta” e talebani della Rete Haqqani. L’incursione è stata annunciata da Washington e poi dai servizi segreti afghani, ma le autorità militari e politiche pakistane sono state avvisate solo a giochi fatti, a conferma della scarsa fiducia degli Usa nel loro “alleato” regionale.

A Kabul, Rahmatullah Nabil, ex capo dei servizi segreti, ha descritto l’operazione «un ottimo attacco aereo statunitense» contro Mansour, che «viveva nell’area di Gardi Jangal di Quetta». Da Yangoon, dove si trovava per colloqui con il governo birmano, il segretario di Stato John Kerry ha detto di Mansour: «Era una minaccia continua per il personale Usa in Afghanistan, i civili e le forze di sicurezza afghane e membri della missione Resolute Support. Noi vogliamo la pace. Mansour minacciava il nostro sforzo per la pace. É ora che gli afghani smettano di combattere ed inizino a costruire un futuro insieme».   Anche la presidenza della Repubblica afghana ha rivolto un appello «a quei talebani che vogliono farla finita con le uccisioni e lo spargimento di sangue», affinché tornino per «unirsi al processo di pace afghano».

Anche il governo afghano ha sostenuto oggi che «ora si presenta una nuova opportunità per quei talebani che vogliono farla finita con le uccisioni e lo spargimento di sangue». In un comunicato dell’ufficio stampa presidenziale si sostiene che questi talebani hanno la possibilità di «ritornare in Patria dall’estero e di unirsi al processo di pace concepito e guidato dall’Afghanistan». Nei giorni scorsi era circolata la notizia che Gulbuddin Hekmatyar, a capo di una delle principali fazioni della guerriglia islamista (ma non talebana), Hezb-e-Islami, stava negoziando un accordo in 25 punti di pace con il governo afghano che potrebbe spianare la strada al suo ritorno in politica. Hekmatyar si è finora opposto a negoziare col governo finché in Afghanistan vi sono truppe straniere, ma pare che Kabul e Hezb-e-Islami «si siano trovati d’accordo sulla maggior parte dei punti menzionati nell’accordo di pace», che è ancora alla fase progettuale.

Secondo una bozza del testo che la France Presse ha potuto esaminare, il governo ha promesso di liberare i prigionieri di Hezb-e-Islami oltre che un’amnistia «politica e militare». Hekmatyar, che vive nella clandestinità da anni, potrà ugualmente scegliere «due o tre» luoghi di residenza in Afghanistan e la sua sicurezza sarà garantita dal governo. In cambio, i miliziani jihadisti si impegnano a deporre le armi e a rispettare la Costituzione. Uno schema che da tempo Kabul, con l’aiuto di Europa, Russia e Cina cerca di far accettare anche ai talebani lacerati da scontri interni e dalla concorrenza portata da Rete Haqqani, al-Qaeda e recentemente dalla comparsa dello Stato Islamico anche nel contesto afghano.

Nel tentativo di concludere con una soluzione politica la guerra civile, molto dipenderà dal perdurare della presenza militare e finanziaria occidentale in Afghanistan. Almeno 11 mila talebani hanno deposto le armi e collaborano col governo in base a un programma finanziato da Washington, ma ora i soldi stanno finendo. Un ex comandante talebano, Faridoon Hanafi, attivo dal 2009 al 2014 ha rivelato al Washington Post di aver abbandonato le armi in cambio di un compenso mensile di 200 dollari. Hanafi collabora con funzionari della provincia di Nangahar contro la diffusione del radicalismo islamico ma «se il governo smette di pagare, le persone troveranno un altro modo per avere i soldi e i negoziati falliranno».

Soprattutto gli Stati Uniti hanno investito circa 200 milioni di dollari nel Programma di Pace per l’Afghanistan, varato sei anni fa e sospeso per valutarne gli obiettivi. «I talebani sono stanchi e si uniranno al governo se questo li paga e se fornisce loro posti di lavoro», ha detto Hanafi. La sfida è riuscire a portare a negoziare i capi di tutte le milizie talebane che si stima raccolgono tra i 30 mila e i 50 mila combattenti ma molti osservatori temono che la morte violenta di Mansour alimenti una nuova escalation di violenze e la vendetta dei talebani già all’offensiva in molte aree dell’Afghanistan.

Del resto, da settimane Kabul ha irrigidito la sua posizione verso il Pakistan, accusato di non fare abbastanza per convincere i talebani a deporre le armi. Il presidente Ashraf Ghani in persona aveva avvertito «gli insorti non disponibili ad entrare nel processo di pace» delle possibili conseguenze militari del loro atteggiamento. E l’operazione contro Mansour ne è stato un primo significativo esempio. La credibilità di Kabul dipende però ancora molto dalla presenza occidentale. «La missione addestrativa e di appoggio della Nato “Resolute Support” continuerà oltre il 2016», ha detto il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, aggiungendo di aspettarsi che il vertice di luglio a Varsavia confermerà gli impegni assunti che vedono la presenza di circa 15mila militari alleati tra i quali quasi 10 mila statunitensi e 900 italiani.

Il testo originale e completo si trova su:

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-ucciso-mansour-talebani-piu-vicina-alla-resa-16268.htm