Luca Geronico giovedì 26 marzo 2020
Il commando ha colpito il luogo sacro della minoranza all’alba. Sul Web la rivendicazione dello Stato islamico, i taleban negano. Jihadisti per ore assediati con decine di fedeli
I parenti degli ostaggi all'esterno dell'edificio sotto assedio

I parenti degli ostaggi all’esterno dell’edificio sotto assedio – Reuters

 

Un nuovo attacco nel cuore di Kabul per sabotare il processo di pace inter– afghano rilanciato, a fine febbraio, dall’accordo di Doha fra Usa e taleban, ma di fatto mai partito. Questa volta la firma Daesh – che ha prontamente ha rivendicato l’attacco – mette il sigillo sull’attacco a un tempio sikh, la più piccola delle minoranze del Paese. Il 6 marzo, a finire nel mirino dei fondamentalisti, era stata la minoranza degli Hazara. Verso le 7 e 45 del mattino, nel centro di Kabul, un commando di quattro fondamentalisti ha preso d’assalto il tempio frequentato dai sikh, affollato soprattutto da donne e bambini per la preghiera del mattino. Una sparatoria che – riferiva Anarkali Kaur Honaryar, parlamentare sikh – coinvolgeva numerosi civili intenti a cercare rifugio all’interno del tempio. Il ministero degli Interni riferiva, ad assalto ancora in corso, di vari morti mentre fonti della sicurezza parlavano di una azione di quattro kamikaze. Altre testimonianze, riportate dai media, smentivano si trattasse di un attacco suicida. Le forze dell’ordine hanno comunque impiegato più di un’ora per riprendere il controllo del tempio. I taleban negavano subi- to qualsiasi coinvolgimento, ma a breve giro di posta giungeva la rivendicazione del Daesh.

I militari all'esterno del tempio attaccato a Kabul

I militari all’esterno del tempio attaccato a Kabul – Reuters

Pesantissimo il bilancio dell’assalto terroristico: 25 i civili uccisi e otto i feriti, precisava il ministro dell’Interno Tariq Arian. Confermata la morte di uno degli attentatori, mentre una ottantina di persone, coinvolte nell’attacco, erano state tratte in salvo. Un episodio che complica sempre di più le trattative per avviare effettivamente un dialogo intra-afghano. Questa la prima condizione posta da Washington per avviare, entro i successivi 4 mesi, il ritiro di un terzo dei 13mila uomini del suo contingente ancora presente nel Paese. Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha parlato apertamente ieri di «frustrazione» dopo che una sua missione a Kabul martedì, per convincere il presidente il presidente Ashraf Ghani e il rivale Abdullah Abdullah a formare un governo di unità nazionale, era fallita. Tuttavia il Consiglio di sicurezza nazionale ha annunciato che le autorità afghane e i taleban si incontreranno «nei prossimi giorni» per discutere dello scambio incrociato di prigionieri (5mila taleban e mille soldati afghani) che pochi giorni dopo la frma di Doha aveva fatto arenare il processo di riconciliazione.

Soccorsi a un fedele ferito nell'attacco

Soccorsi a un fedele ferito nell’attacco – Ansa

Più di quarant’anni di conflitto armato in Afghanistan hanno costretto migliaia di sikh e indù, entrambe le religioni originarie del subcontinente indiano, a fuggire dal Paese e a cercare rifugio all’estero, soprattutto in India. Ciò ha portato a una drastica riduzione della loro presenza in Afghanistan da circa 200.000 fedeli di 30 anni fa ai circa 1.500 di oggi, che si trovano ad affrontare anche gravi discriminazioni sociali e religiose.

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