Francesco Palmas martedì 6 febbraio 2018
Iran, Pakistan, Cina: grandi manovre in Afghanistan
L’amicizia è la base della pace, ha scritto una donna afghana su un muro di protezione a Kabul (Ansa)

L’amicizia è la base della pace, ha scritto una donna afghana su un muro di protezione a Kabul (Ansa)

È un labirinto inestricabile il dedalo afghano. I talebani sono all’offensiva un po’ ovunque. Stanno seminando il terrore nei grandi centri urbani, rivaleggiando in efferatezza con gli scherani dello Stato islamico del Khorasan. Sono i signori incontrastati delle zone rurali. Vi hanno installato un’amministrazione parallela, fondata sulla sharia e sulle corruttele clientelari di molti funzionari governativi. Godono della connivenza dei capi tribali e sono divenuti meno settari, ampliandosi a combattenti non pashtun. Un modo per neutralizzare le fratture etniche di sempre e scongiurare la riedizione futura di una sorta di Alleanza del Nord, a loro fatale nel 2001. Sembra stiano gettando le basi per passare alla seconda fase della riconquista del potere: puntare sulle città e i loro ecosistemi. Si preparano forse a ghermire Kabul prima che gli Usa completino la mini-escalation di forze annunciata da Trump con molte fanfare?

Una cosa è certa. Nella capitale il governo centrale che fa capo al presidente Ashraf Ghani è sempre più in difficoltà. Perde consensi, soprattutto dopo aver cooptato fra le sue fila l’ex ‘macellaio di Kabul’, il signore della guerra Gulbuddin Hekmaytar. È sotto il fuoco incrociato del presidente di un tempo, Hamid Karzai, ancora molto influente, e del ‘premier’ Abdullah Abdullah. Ha fallito nel trovare un’intesa con Islamabad. Ciascuna delle parti continua ad accusare l’altra di ospitare combattenti nemici sul proprio territorio. Ad onor del vero, il Pakistan è il vero deus ex machina dell’insorgenza talebana. Non perdonerà mai al governo afghano l’intesa cordiale appena raggiunta con l’India. E sta muovendo le sue pedine destabilizzanti, su molteplici piani, per svuotare un’alleanza che reputa massimamente ostile. Islamabad teme che insinuando la propria autorità a Kabul, il nemico storico indiano faccia pesare una duplice minaccia al confine, sul fianco occidentale e su quello orientale. Una prospettiva di accerchiamento inaccettabile. Le sanzioni di Trump, testé decise, non la fermeranno, come testimoniano gli attentati all’hotel Intercontinental di Kabul e l’inumana ambulanza bomba. Una vendetta antiamericana commissionata dai piani alti pachistani. Ma oltre a fomentare la guerra, il Pakistan sta tessendo anche una fitta tela diplomatica.

Il 15 gennaio ha organizzato una riunione ad altissimo livello fra i rappresentati qatarioti dei talebani e il leader del fronte islamico afghano, Pir Syed Gilani. Si è inserita nella partita a scacchi afgana anche la Cina, con investimenti minerari e una base militare in fieri. Era prevedibile. Da 17 anni tutto scorre fra mille rivoli inconciliabili, in una partita tragica, giocata su tre scacchiere, fra loro interdipendenti, ma scarsamente dialoganti. La prima mano si tiene a livello internazionale, la seconda è tutta nella prossimità regionale e l’ultima è interna al teatro, ognuna fitta di incognite e di spinte centrifughe. Come spesso nel suo passato millenario, l’Afghanistan è più che mai un crocevia di interessi confliggenti, alimentati da fattori esogeni, pachistani e iraniani in primis. Per l’Iran e il Pakistan, il teatro afghano è una sorta di cortile di casa, da plasmare a piacimento. A lungo sotto l’impero persiano, l’ovest dell’Afghanistan racconta di legami storici, linguistici e umani indissolubili. L’oasi di Herat e la sua provincia, calcate tuttora dai militari italiani, sono un microcosmo delle città afghane di confine, con le tipiche locande e le case da té, dove gli uomini usano incontrarsi per sorseggiare la bevanda, scambiare opinioni e fumare la pipa. Herat è qualcosa di più, molto affine a Teheran per etnia e cultura, facilmente influenzabile e manipolabile d’oltreconfine. Dall’Iran sono arrivati aiuti finanziari superiori a mezzo miliardo di dollari, insieme a scuole, ospedali e forniture elettriche. Una sorta di neo-imperialismo ‘umanitario’ in salsa persiana, per comprare sicurezza ai confini, bloccare il traffico di oppiacei transfrontaliero e ampliare la sfera d’influenza iraniana.

Quando si sono ritrovati a corto di uomini in Siria, i pasdaran, iraniani, hanno reclutato a man bassa fra gli sciiti hazara afghani, promettendo loro denari e la nazionalità persiana al termine del conflitto. L’Iran ha molto interesse a tenere aperto il fronte afghano, in chiave anti-statunitense, ma in posizione defilata e sorniona, tanto a fare il lavoro sporco sta pensando il potentissimo Inter-service intelligence (Isi) pachistano. Nel gioco di sponde a cavallo dell’imprendibile Linea Durand, fra Afghanistan e Pakistan, l’Isi si preoccupa di formare i neofiti talebani nelle madrase pachistane. Alcuni analisti e il Bnd tedesco lo accusano apertamente di fornire armi e rifugio ai combattenti afghani e di offrire ospitalità a tante reclute del jihad centro-asiatico e uiguro. Pochi giorni fa, Washington e Kabul hanno alzato il tiro, imputandogli apertamente di essere il mandante degli ultimi attacchi dei talebani-Haqqani a Kabul: «Il network Haqqani agisce come il braccio armato dell’Isi pachistano. È una guerra per procura». Dal 2001 le forze della coalizione prima e il governo afghano poi fronteggiano l’infiltrazione di combattenti provenienti dai santuari pachistani. La rete Haqqani è uno dei serbatoi principali, insieme alla shura di Quetta, il consiglio supremo dei talebani del mullah Haibatullah Akhundzada. Si finanzia col narcotraffico, i rapimenti, le estorsioni e le donazioni.

Attiva nelle province di Khost, Paktia e Paktika, ha la sua roccaforte a Miramshah. In Waziristan, ha costruito un’amministrazione parallela, che impone la giustizia shariatica, recluta combattenti, riscuote tasse e garantisce un livello di sicurezza minimo alla popolazione locale. Si è macchiata di azioni terroristiche spettacolari, attaccando obiettivi importanti, dagli hotel, alle basi militari, alle ambasciate, senza dimenticare il quasi assassinio dell’ex presidente Karzai. Ha un nucleo di diverse centinaia di fedelissimi, cui si aggiungono fra i 10 e i 15mila combattenti, sui 60mila circa che conta oggi l’insorgenza talebana. È il trait d’union con al Qaeda. Ayman al-Zawahiri ha giurato fedeltà al ‘comandante dei credenti’ Akhundzada, come a suo tempo fece Bin Laden con il mullah Omar. E i talebani si sono riorganizzati. Hanno ora due vice-presidenti: Sirajuddin Haqqani, capo militare del movimento, e il mullah Yakub, figlio maggiore del mullah Omar, che apporta il fascino e la legittimità del lignaggio paterno.

Sirajuddin è l’uomo del Pakistan, considerato da Washington più radicale ed efferato del padre Jalahuddin, a lungo epigono della Cia, ricevuto da eroe di guerra alla Casa Bianca, presidente Ronald Reagan. Sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni di dollari. Dal momento in cui è assurto al vertice militare dell’organizzazione, Sirajuddin si è sforzato di estendere la sua sfera d’influenza a molte province dell’est afghano. Ha colpito Kabul, destabilizzato il governo centrale e sabotato i timidi negoziati di pace. Ha dotato il network di un apparato d’intelligence, addestrato gli uomini al combattimento urbano e dato loro strumenti adeguati al conflitto, forniti dall’Isi e dai santuari pachistani: mortai, lanciagranate, munizioni, razzi e fucili mitragliatori. Molti indizi inducono a ritenere che inasprirà la strategia della tensione nelle settimane a venire. La pace, in questo scenario, appare proprio come un miraggio.

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