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Federico Peirone

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15 Febbraio 2019

AFRICA/NIGER – (15 Febbraio 2019)

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AFRICA/NIGER – P. Maccalli, anche se prigioniero, testimonia la fede in Cristo

venerdì, 15 febbraio 2019
NIGER
Internet

Gaya (Agenzia Fides) – “Padre Gigi, anche se prigioniero, vive e testimonia la fede in Cristo. Sono convinto che la sua presenza, la forza della sua fede, la serenità che l’ha sempre accompagnato, sono una grande testimonianza. La parola di Dio, nessuno può incatenarla, diceva san Paolo. Pur in catene, p. Gigi fa il suo apostolato, e illumina il cammino di fede della chiesa del Niger. P. Gigi sta dando testimonianza con tutto il suo spirito, come ha sempre fatto. Approfitterà anche di questa occasione”: lo afferma accoratamente in una nota pervenuta a Fides don Domenico Arioli, confratello di p. Luigi Maccalli, il missionario il missionario SMA rapito in Niger quattro mesi fa (vedi Fides 28/9/2018). Don Arioli dal 2017 si occupa della parrocchia di Gaya, una delle tre della regione di Dosso, nel sud del Paese, vicino al confine con il Benin, zona relativamente tranquilla, a differenza di altre zone del Niger. “Il rapimento di p. Gigi Maccalli, ha certamente cambiato molte attività pastorali nella diocesi”, racconta nella nota inviata a Fides da p. Marco Prada, sacerdote della Società per le Missioni Africane (SMA).
“A Gaya e Dosso noi possiamo muoverci senza scorta, anche se la prudenza è aumentata. In tanti missionari europei c’è un forte sentimento di incertezza. Alcuni sono già stati richiamati dai loro superiori. È la stessa angoscia di 5 anni fa, quando bruciavano le nostre chiese ma quando si sta con la gente, quando si vive con loro con uno spirito di condivisione e solidarietà, la paura diminuisce. Anzi è la gente che prende le tue difese”, racconta don Domenico.
Prosegue don Arioli: “La mia comunità cristiana è costituita da non più di duecento persone, in maggioranza emigrati. Le autorità locali e la presenza delle forze di sicurezza tengono sotto controllo la penetrazione dei gruppi radicali e violenti, jihadismo del nord o infiltrazioni di Boko Haram dalla Nigeria qui sono sconosciute”.
Il sacerdote ha ottimi rapporti con i leader islamici, generalmente appartenenti alla confraternita più diffusa in Africa Occidentale, la Tidjaniyah, che pratica un islam moderato e tollerante. Tuttavia si dice preoccupato da una nuova generazione di imam, formatisi nei paesi arabi: “Questi paesi offrono borse di studio ai giovani nigerini che vogliono diventare imam. Una volta rientrati in Niger predicano un islam aggressivo, una jihad che non è solo il combattimento spirituale contro il peccato, ma soprattutto esteriore. Attraverso la radio si sentono certi predicatori assumere toni preoccupanti, e stupisce la libertà lasciata dallo stato alla sua diffusione”.
Riferendosi al rapimento di padre Maccalli don Arioli aggiunge: “Abbiamo provato una sensazione di impotenza: un altro attacco alla Chiesa? Ancora oggi ci poniamo queste domande: chi c’è dietro il rapimento di p. Gigi? Che progetti e che macchinazioni? Perché nessuno si è ancora fatto vivo per chiedere un riscatto?”. Don Domenico apprezza molto la solidarietà dei leader musulmani che hanno “portiamo con voi questa sofferenza”. (DA/AP) (15/2/2019 Agenzia Fides)

Il testo originale e completo si trova su:

http://www.fides.org/it/news/65569-AFRICA_NIGER_P_Maccalli_anche_se_prigioniero_testimonia_la_fede_in_Cristo