Francesca Ghirardelli venerdì 8 gennaio 2021
Ha dovuto lasciare il Marocco dopo che al termine di una gara ha mostrato la bandiera della sua patria per ricordarne lo stato di terra occupata. Il referendum negato
Una donna saharawi a Tinduf, nel deserto algerino, dove da quasi 40 anni sono raccolti i profughi fuggiti dopo l'occupazione militare da parte del Marocco dell'ex Sahara Spagnolo

Una donna saharawi a Tinduf, nel deserto algerino, dove da quasi 40 anni sono raccolti i
profughi fuggiti dopo l’occupazione militare da parte del Marocco dell’ex Sahara Spagnolo – Ansa/Epa

«Per noi è stato solo un Tweet, niente di più, per giunta lanciato da un presidente uscente che tra due settimane se ne andrà e che non credo sia in grado di individuare il Sahara Occidentale sulla mappa»: Salah Amaidan, corridore e campione di mezzofondo saharawi, oggi rifugiato in Francia, liquida così una delle ultime mosse di Donald Trump prima dell’addio.

Questa volta il presidente Usa ha messo scompiglio in una controversia territoriale che le Nazioni Unite cercano di risolvere sin dalla metà degli anni ’70, cioè dal momento del ritiro della Spagna da questa ex colonia sulla costa nord-occidentale dell’Africa, tra Marocco, Algeria e Mauritania. Da allora la regione è contesa tra Rabat, che oggi la controlla per due terzi, e indipendentisti del Fronte Polisario che amministrano il resto.

Lo scorso 10 dicembre Trump ha annunciato via Twitter di aver riconosciuto le rivendicazioni del Marocco sul Sahara occidentale come parte di un accordo in base al quale il regno di Mohammed VI accetta di normalizzare le sue relazioni diplomatiche con Israele. Il Marocco è il quarto Paese arabo a farlo, dopo Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan.

Non si tratterebbe, però, solo di un Tweet: l’ambasciatore Usa all’Onu Kelly Craft ha inviato al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e al Consiglio di sicurezza una copia della proclamazione in cui si riconosce «che l’intero territorio del Sahara occidentale fa parte del Regno del Marocco».

Dal cessate il fuoco del 1991 nel Paese è presente una delle forze di pace Onu più longeve del pianeta, la Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara occidentale (Minurso) anche se, a trent’anni esatti, il popolo Saharawi ancora attende che quel referendum venga organizzato, per esercitare il diritto all’autodeterminazione riconosciuto dalla comunità internazionale.

«Il Marocco non vuole quel voto, sono passati trent’anni», dice Salah Amaidan. La sua è una storia di lotta e militanza per la causa Saharawi, combattuta attraverso lo sport: ha cominciato a correre a Laayoune, nel territorio occupato dove è nato e cresciuto, poi, a 13 anni, scelto come miglior atleta Saharawi e portato in Marocco, è entrato nella squadra nazionale.

Per Rabat ha gareggiato 10 anni. «Ero ancora piccolo e non sapevo nulla di politica. Piano piano, però, ho cominciato a capire come stessero le cose e a maturare l’idea che un giorno avrei rappresentato il mio popolo».

Quel giorno è arrivato nel 2004, in una competizione in Francia, quando Amaidan ha deciso di fare un gesto che avrebbe cambiato per sempre la sua vita: a pochi metri dal traguardo ha scelto di sventolare per aria la sua bandiera, quella del popolo Saharawi. Questo atto di ribellione gli ha precluso la possibilità di tornare a casa e l’ha costretto a chiedere asilo politico in Francia.

Da allora ha continuato a gareggiare in competizioni nazionali e internazionali e a militare per la causa del suo popolo, mantenendo stretti contatti con il Fronte Polisario, dove però non ha un ruolo né cariche ufficiali.

«Ciascuno ha la propria modalità per rappresentare la causa, io lo faccio con lo sport», dice e aggiunge: «Ora, il Tweet di Trump è per noi pubblicità gratuita, perché chi non conosceva la lotta Saharawi ha cominciato a informarsi e perché molte persone, nei Paesi arabi, hanno iniziato a porsi domande: perché il Marocco ha accettato un accordo su Israele in cambio del riconoscimento del Sahara occidentale da parte degli Usa? Per noi, comunque, l’annuncio di Trump ha meno importanza di quanto sta accadendo a Guerguerat» aggiunge, facendo riferimento agli scontri che dal 13 novembre hanno fatto tornare alta la tensione tra le parti in questo villaggio di confine.

Amaidan con voce amara, conclude: «Oggi vediamo più speranza nel conflitto che nella soluzione dell’Onu. Ci sono ragazzi saharawi partiti dall’Europa per andare in guerra. E la fiducia nella comunità internazionale è invece poca».

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