Redazione Esteri mercoledì 26 febbraio 2020
Per molti detrattori è però soltanto l’ennesima botta di propaganda promossa dal principe ereditario Mohammad bin Salman. Ora le calciatrici scenderanno in campo a Gedda, Dammam e Riad
Per le donne in Arabia Saudita si sono aperte le porte degli stadi

Per le donne in Arabia Saudita si sono aperte le porte degli stadi – Ansa

 

Dopo il permesso alle donne di guidare, l’autorizzazione ad entrare negli stadi e di viaggiare all’estero senza l’ok da un uomo della famiglia, l’Arabia Saudita del principe Mohammad bin Salman lancia anche un campionato di calcio femminile. Una nuova “spettacolare” iniziativa di modernizzazione del Regno nell’ambito di un vasto programma di riforme sociali ed economiche, sempre tuttavia fatte calare dall’alto senza alcuna apertura politica. L’ennesima botta di propaganda, invece, per molti osservatori internazionali che non dimenticano i trascorsi del principe ereditario e l’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, nel consolato di Istanbul nell’ottobre di due anni fa.
L’ultima iniziativa in ordine di tempo è stata annunciata dalla cosiddetta Federazione dello sport per tutti. Le giovani calciatrici a partire dai 17 anni di età, che fino al gennaio del 2018 non potevano nemmeno mettere piede in un impianto sportivo, potranno dar vita ad un campionato le cui partite si disputeranno nelle città di Gedda, Dammam e Riad.
“Questo campionato – ha spiegato in un comunicato la Federazione – incoraggerà la partecipazione delle donne alle attività sportive e permetterà di riconoscere i traguardi raggiunti dalle donne”.
L’emancipazione femminile è uno dei temi centrali dell’ambizioso progetto Vision 2030 voluto da Mbs, che punta a liberare l’economia saudita dalla dipendenza dal petrolio, sviluppare il settore privato, incoraggiare l’arrivo di turisti e investitori stranieri. E soprattutto restituire un’immagine più spendibile del Paese. A tal fine il rinnovamento della percezione del Paese è di fondamentale importanza. Tuttavia alcuni cambiamenti non sono solo di immagine ma anche di sostanza. Per esempio negli ultimi anni c’è stato un deciso aumento della partecipazione femminile alla forza lavoro, con l’obiettivo di arrivare al 30 per cento appunto nel 2030.
Il nuovo corso ha anche portato alla fine della segregazione tra sessi nei locali pubblici, la riapertura dei cinema dopo un bando di 35 anni e una riduzione dei poteri della polizia religiosa. Un graduale allentamento, insomma, di molte delle restrizioni che la casa regnante aveva imposto dopo la rivoluzione iraniana, quando decise di rinsaldare l’alleanza con i leader religiosi più conservatori per prevenire una simile ribellione a Riad. E Mohammad bin Salman è anche l’uomo-simbolo della nuova politica assertiva di Riad nella regione, in versione anti-iraniana.
I successi delle riforme – come la recente offerta sul mercato di una parte del pacchetto della compagnia petrolifera Aramco, con una valutazione del capitale di 2.000 miliardi di dollari – incontrano il favore di buona parte della popolazione, ma appaiono comunque iniziative imposte d’autorità in un Paese in cui molti oppositori, comprese diverse attiviste per i diritti delle donne, continuano ad essere imprigionati e condannati a lunghi periodi detentivi. E sull’immagine della nuova Arabia Saudita continua a stendersi, in attesa che la vicenda sia ricondotta sui binari della giustizia, l’ombra di Khashoggi.

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