Antonella Mariani martedì 27 febbraio 2018
Le famiglie cedono le domestiche sui social, i Paesi di provenienza protestano. Rias promette un’inchiesta. Intanto una donna è stata nominata vice-ministro del Lavoro
Donne in Arabia Saudita (Ansa)

Donne in Arabia Saudita (Ansa)

Una notizia positiva e un’altra negativa dall’Arabia Saudita. Quella buona è che una donna è entrata a far parte del governo, in seguito a un mini-ribaltone causato dall’insoddisfazione di re Salman riguardo all’andamento della guerra nello Yemen: Tamadhir bint Yosif Al Rammah è la nuova vice ministra del Lavoro. Non accadeva dal 2009, quando un’altra donna fu chiamata a occuparsi di Educazione. Rigorosamente come vice-ministro.

La notizia cattiva è anche la prima grana di cui si dovrà occupare la stessa Tamadhir: una faccenda di collaboratrici familiari straniere trattate più o meno come schiave, messe in vendita sui social come in Occidente si cedono una bicicletta o un’auto usata. Donne che non fanno bene i mestieri, o che non hanno creato legami positivi con i figli, o che non riescono a imparare l’arabo, o semplicemente non più giovanissime, si ritrovano con tanto di fotografia sugli account Twitter dei loro «padroni».

I primi annunci sono apparsi alla fine dello scorso anno, poi, visto il buon andamento del business, sono stati raggruppati in account dedicati e infine si sono trasferiti dal digitale alle bacheche dei centri commerciali. «Cedesi domestica, 26enne, brava in cucina e disponibile con i bambini. Prezzo: 4.500 euro compreso il trasporto»; questo è uno dei tanti annunci pubblicato da una famiglia saudita. Si specifica anche la paga: la media oscilla intorno all’equivalente di 400 euro. Talvolta è previsto anche un periodo di cessione temporanea, una sorta di prova «soddisfatti o rimborsati» in cui la lavoratrice non ha alcuna voce in capitolo. Il fatto è che gli stranieri per poter soggiornare in Arabia Saudita hanno bisogno di un garante locale: nel caso delle domestiche, sono le famiglie stesse, che quindi dispongono di un potere quasi assoluto su di loro. I soldi richiesti negli annunci di compravendita delle colf sono una sorta di prezzo di avvio, una «compensazione» per le spese sostenute dai datori di lavoro per i documenti e per le spese di viaggio.

Il caso è esploso perché alcuni Paesi di provenienza delle colf come Bangladesh, Filippine e Vietnam hanno protestato. In Marocco la stampa ha riportato l’indignazione di alcune associazioni per la difesa dei diritti delle donne. Le autorità saudite hanno assicurato che apriranno un’inchiesta. Ma nel frattempo, informano le agenzie di stampa, la compravendita di collaboratrici familiari continua a prosperare: cosa ne pensa la neo vice-ministra Tamadhir?

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