Lucia Capuzzi giovedì 17 settembre 2020
Esce in Italia la toccante testimonianza della prima donna pachistana condannata per blasfemia e reclusa in carcere per 3.142 giorni. «Dio ha ascoltato le mie preghiere»
«MI chiamo Asia Bibi e vi devo la vita»

 

 

«Eccomi finalmente fuori dalla mia cella, libera! Non sopporto più il silenzio. Anche ora che sono libera, il silenzio della prigione mi perseguita. Il silenzio quando ho posato il bicchiere dopo essermi dissetata. Il silenzio freddo e autoritario che scandiva le mie giornate prima di sentir risuonare nella testa le grida e gli sbraiti della folla in delirio mentre ripeteva: “A morte la cristiana”». Si apre, così, l’intenso racconto di quasi nove anni di agonia giudiziaria fatto dalla diretta protagonista, Asia Bibi, insieme alla giornalista francese Anne-Isabelle Tollet, nel libro Finalmente libera!, appena pubblicato in Italia dalle edizioni Terra Santa. «Avete conosciuto la mia storia attraverso i media. Avete immaginato il calvario che ho dovuto sopportare, forse avete cercato di mettervi nei miei panni per comprendere la mia sofferenza…. Eppure siete lontani dall’immaginare cos’è stata la mia vita», sottolinea la prima pachistana condannata a morte per blasfemia.
Una contadina di Ittan Wali, villaggio nella remota provincia del Punjab, che ha preferito restare rinchiusa «in una cella senza finestre» per 3.421 giorni piuttosto che rinunciare alla fede cristiana. Eppure Asia non si considera un’eroina. Al contrario. La scelta di scrivere nasce proprio dalla necessità di raccontare le proprie fragilità, di condividerla con quell’opinione pubblica mondiale – Italia inclusa, anche grazie alla campagna di Avvenire – che le è stata accanto, a distanza, durante l’intera prigionia. «Non mi basterà una vita per ringraziare tutti quelli che mi hanno dato il loro sostegno durante questi anni. Spesso mi chiedo perché l’abbiano fatto, e che cosa trovassero di interessante in me. Di persone che soffrono ce ne sono tante… Forse Dio ha ascoltato le mie preghiere». Fra i molti che si sono spesi, Asia ricorda, in un apposito capitolo, i papi Bendetto XVI e Francesco, che non le hanno mai fatto mancare la loro vicinanza.

La vicenda della donna, nata in un giorno non precisato del gennaio 1965, è nota. Un afoso 14 giugno 2009, durante la raccolta delle bacche, Asia si avvicina al pozzo per bere, utilizzando l’unico bicchiere disponibile e scatenando la rabbia delle compagne di lavoro musulmane. Haram, «impura!», urlano. La successiva lite porta alla denuncia per blasfemia, alla duplice condanna a morte e a una reclusione di quasi nove anni. Meno noti, però, sono i sentimenti con cui Asia ha vissuto ogni doloroso passo. Senza reticenze, l’ex contadina divenuta sua malgrado simbolo delle strumentalizzazioni della legge anti-blasfemia, racconta la tormentata storia d’amore con l’attuale marito Ashiq Masih, padre delle figlie Isha e Isham. Il terrore per il secondino Khalil e l’affetto per la detenuta musulmana Bouguina. Il trasferimento nel carcere di Multan dove, il 31 ottobre 2018, una telefonata dell’avvocato Saif ul-Malook le comunica la tanto sognata assoluzione da parte della Corte Suprema. Ci sarebbero voluti mesi di reclusione in un luogo segreto di Karachi prima della vera e propria libertà. O meglio l’esilio in Canada insieme ai familiari, per sfuggire alla rabbia dei fondamentalisti. Nonostante la profonda sofferenza, la cristiana non smette mai distinguere tra religione e fanatismo. È il secondo ad averla imprigionata, non l’islam.
«No, non ho bestemmiato, non l’ho mai fatto, ma i fanatici di Allah si sono serviti di me per seminare il terrore nel mio Paese». «Ho combattuto la battaglia della mia vita senza esservi preparata», confessa. Se è riuscita a vincerla, conclude è grazie a quanti le hanno dedicato una parola, un pensiero, una preghiera. «Mi chiamo Asia – termina il libro – e vi devo la vita».
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