Federico Trinchero mercoledì 19 dicembre 2018
Il racconto di un missionario e le voci dei giovani seminaristi dopo la strage di sfollati vicino alla cattedrale che provocò 80 morti, tra cui due sacerdoti
Sfollati in un campo alla periferia della capitale Bangui (Ansa)

Sfollati in un campo alla periferia della capitale Bangui (Ansa)

In classe, durante la lezione, è inevitabile parlarne. La mattina del 15 novembre ad Alindao, cittadina a circa 500 chilometri da Bangui, un campo di sfollati situato nei pressi della cattedrale è preso d’assalto da un gruppo di ribelli islamisti che porta il curioso nome di “Unione per la pace in Centrafrica”. Si tratta di uno dei tanti gruppi, agli ordini di un certo Ali Darassa, sorti dalla dissoluzione della Seleka e che ancora infestano i tre quarti del Paese. I morti sono più di 80. Un vero massacro. Anzi, una razzia: oltre alle persone uccise, i ricoveri degli sfollati vengono incendiati, l’intero sito è raso al suolo, le abitazioni sono saccheggiate, la chiesa profanata.

La strage avviene davanti all’inerzia del contingente Onu che avrebbe il mandato di proteggere i civili. Tra le vittime, oltre a donne, bambini e persone anziane, anche due sacerdoti: abbé Célestin e abbé Blaise. Il coraggio del giovane vescovo di Alindao, Cyr-Nestor Yapaupa, impedisce che il bilancio sia ancora più pesante. Invece di accogliere la gente, che vorrebbe trovare rifugio all’interno della cattedrale, ordina a tutti di scappare nella savana. Il vescovo e alcuni sacerdoti decidono di restare. La notizia e i dettagli dell’avvenimento ci raggiungono increduli e scoraggiati. Le foto dei cristiani carbonizzati fanno il giro del mondo. Le già lentissime lancette dell’orologio della pace sembrano improvvisamente e drammaticamente correre all’indietro.

Il Centrafrica sembra essersi ingarbugliato in un inestricabile groviglio d’ingerenze straniere, inadempienze della comunità internazionale e incapacità del governo locale. Alcuni giorni dopo gli avvenimenti, partecipiamo a un incontro di sacerdoti a Bangui. È presente abbé Odilon. Originario di Bangui, sacerdote da poco più di un mese, da qualche settimana è stato inviato in aiuto alla diocesi di Alindao. Non ha ancora avuto il tempo d’imparare a fare il prete, ma ne ha già visti due morire, davanti ai suoi occhi, uccisi per il vestito che indossavano e il servizio che svolgevano. In classe, durante la lezione, è quindi un dovere parlarne. Gli studenti che ho davanti non sono allievi qualunque. Sono i futuri sacerdoti del Centrafrica. Provengono dalle città e dai villaggi dell’intero Paese. Hanno visto la guerra e ora sono nel seminario di Bangui perché vogliono fare lo stesso mestiere di Célestin e Blaise. Poi ripartiranno, sacerdoti, nelle diocesi da cui sono venuti. Chiedo loro se hanno ancora voglia di continuare il cammino intrapreso, se sono consapevoli della missione che li attende. Odilon, dall’alto dei suoi vent’anni, risponde per tutti: «Ho paura, mon père. Ho tanta paura. Ma non cambio idea. Voglio ancora diventare prete». Vorrei dire a Odilon che ho paura anch’io. Ma nessuna voglia di cambiare mestiere.

Penso al giorno in cui sono diventato sacerdote. Proprio non immaginavo che sarei finito qui, a spiegare chi era Origene e Agostino a decine di volti neri, curiosi e imprevedibili, ostinatamente convinti che si può e si deve diventare preti, anche in un Paese in guerra. Mentre ad Alindao arriva la solidarietà delle nove grandi diocesi del Centrafrica. Di tutti i cristiani del Centrafrica.

L’8 dicembre c’è stata la professione perpetua nella famiglia del Carmelo di fra Michaël. Il padre, ormai anziano e completamente cieco, non ha voluto mancare all’avvenimento. Originario di Bocaranga, una delle città più colpite dal conflitto, fra Michaël ha raggiunto questo importante traguardo dopo molti anni di formazione. Il suo ingresso definitivo nell’Ordine segna un importante traguardo non solo per lui, ma per l’intera delegazione dei carmelitani scalzi in Centrafrica. Il numero dei frati autoctoni supera per la prima volta quello dei missionari italiani attualmente in servizio nel Paese: un piccolo contingente di mantelli bianchi, multietnico e in discreta salute. C’è forse un legame tra il sacrificio dell’abbé Célestin e dell’abbé Blaise, il coraggio del vescovo Cyr-Nestor, la solenne promessa di Odilon e il “per sempre” di fra Michaël? Questo 2018, ormai alla fine e dove ben cinque sacerdoti e decine di cristiani sono stati uccisi, ci consegna una chiesa sicuramente ancora giovane e fragile, ma che non scappa davanti alle difficoltà.

Missionario carmelitano a Bangui

Il testo originale e completo si trova su:

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