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Federico Peirone

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CULTURA/ISLAM – ( 2 Settembre )

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Idee
 
Deserto, è qui che nasce la Chiesa
 
 
SILVANO ZOCCARATO
 
 
 
Il missionario padre Silvano Zoccarato

Il convegno – il Maghreb da Agostino all’islam
Missionario del Pime a Touggourt (Algeria) dopo molti anni trascorsi in Camerun, padre Silvano Zoccarato svolgerà il 5 settembre una relazione – di cui lo scritto di questa pagina è una traccia – su «Il cattolicesimo francese tra Otto e Novecento e la scoperta del deserto quale spazio religioso e luogo di comunione». Padre Zoccarato fungerà anche da portavoce di monsignor Claude Rault, vescovo di Laghouat in Algeria, durante il convegno organizzato da oggi a sabato a Villa Cagnola di Gazzada (Va) su «Il Maghreb nella storia religiosa di cristianesimo e islam». L’appuntamento, organizzato dalla Fondazione ambrosiana Paolo VI e dall’Università Cattolica, costituisce la XXXVI Settimana europea di Storia religiosa euro-mediterranea cui partecipano – tra gli altri relatori – Giuseppe Zecchini («Cartagine romana da Cesare ai Vandali»), Claudio Moreschini («Teologia greca nell’Africa romana»), Michel-Yves Perrin («I padri africani»), Giorgio Fedalto («Le sedi episcopali africane»), Yordan Peev («La conquista araba dell’Africa romana»), Pascal Buresi, Pierre Vermeren, padre Samir Khalil Samir («Tra secolarizzazione e movimenti religiosi nell’Africa islamica contemporanea»).

Ali Merad, algerino musulmano, specialista del pensiero islamico moderno, ha notato: «Charles de Foucauld forse non convertì neppure un musulmano, ma prese un cammino evangelico che non avrebbe preso senza l’islam e senza il deserto e contribuì a trasformare di non poco l’attitudine della Chiesa cattolica, 50 anni dopo la sua morte, col Concilio Vaticano II, rispetto alle altre religioni e culture dentro la comunità umana». 

È vero: la nostra Chiesa algerina è una «cattedrale del deserto». Ma Charles Péguy ha lasciato scritto: «Oggi, come allora, l’unica possibilità è che nel deserto accada la salvezza». I grandi rinnovamenti della Chiesa nascono nel cuore dei santi: il cristianesimo medioevale ha tratto ispirazione da Benedetto, quello del Rinascimento da Francesco d’Assisi. Si trattava ogni volta di un ritorno al Vangelo. Ciò che caratterizza il cristianesimo del XIX e XX secolo, e che è all’origine di quanto ha suscitato e suscita di valido, non sono tanto le trasformazioni strutturali o le correnti teologiche (queste ultime sono solo
conseguenze); è in primo luogo una certa esperienza spirituale. È la sete di un ritorno alle fonti. 

La situazione dall’inizio dell’Ottocento è quella di un cristianesimo che si piega sotto il peso dei sistemi teologici, degli apparati amministrativi, delle casistiche morali; esso appare a molti come un insieme di dogmi complicati, di pesanti costrizioni. Fu allora che nacque, dapprima in qualche anima privilegiata, una sete di ritorno all’essenziale, al Vangelo nella sua purezza. La prima è Teresa di Lisieux: «La mia vocazione è l’amore».
Questo messaggio è risuonato fino ai confini del mondo, nell’universo dei cuori. Ha raggiunto le anime nascoste, gli umili e i piccoli. Ha convertito sapienti e scienziati. 

Un’altra influenza, segnata anch’essa dal ritorno al Vangelo ma di tutt’altro stile, è quella di Charles de Foucauld. Domina qui il fascino dell’imitazione di Cristo spinta fino al dettaglio e che permette di raggiungerlo nella sua semplicità originale scavalcando 20 secoli di storia. Padre de Foucauld va a vivere nello stesso ambiente in cui è trascorsa la vita di Gesù, a Nazareth. La cosa essenziale è ritrovare gli atteggiamenti fondamentali di umiltà, povertà, semplicità; questo tratto è sempre stato uno dei caratteri dei riformatori autentici. L’imitazione di Cristo è la base tanto della spiritualità di Francesco d’Assisi, che degli
Esercizi spirituali di sant’Ignazio.

Padre de Foucauld la ritrova e vi si sprofonda.
In lui il ritorno al Vangelo si accompagna a un ritorno all’eucaristia, alla presenza viva del Cristo glorificato e vivente nel fratello. Per secoli nell’Occidente si è concepito l’altro unicamente attraverso categorie peggiorative: l’eretico, l’indemoniato, l’immorale, la strega, l’ebreo, il feroce Saladino… De Foucauld si definì il «fratello universale». Oggi papa Francesco dice a tutti gli uomini: «Fratello ». Uno dei tratti caratteristici dell’ispirazione di de Foucauld è stato rendere Cristo presente anticipatamente tra i musulmani per mezzo dell’eucaristia. In ciò è debitore del grande movimento di ritorno che deve il suo impulso a san Pio X e che rappresenta una terza forma del ritorno a Cristo che ha caratterizzato l’inizio del ’900. Il cardinal Congar diceva: «Charles de Foucauld e Teresa di Lisieux sono i due fari che hanno illuminato il secolo atomico». 

La sensibilità e apertura verso l’islam e il senso di fraternità universale di De Foucauld continuarono nell’opera di Massignon, grande orientalista e amico di fratel Charles. Egli, morto poco prima del Concilio, credeva alla possibilità del dialogo con l’islam fondato sulla comune discendenza abramitica. Questa è la grande novità portata al Concilio, un nuovo modo di leggere e di vivere il Vangelo e di incontrare l’Altro; dobbiamo ricordare che elementi della spiritualità del beato Charles de Foucauld sono presenti nei testi conciliari e che la famiglia foucauldiana contribuisce alla rinascita della Chiesa del nostro tempo. 

Tra le prime di questa famiglia, per esempio, le Piccole Sorelle di Gesù di Magdeleine Hutin costituiscono una vera rivoluzione della vita religiosa: piccoli gruppi contemplativi che vivono nel mondo e praticano un lavoro; ecco qualcosa di molto diverso da ciò che era la vita religiosa tradizionale. Essa ne risulterà trasformata. Buona parte dell’attuale evoluzione è dominata da questo esame critico delle strutture e dal ritorno a una sorta di semplicità evangelica. Vivono nelle diverse periferie della storia. La loro predilezione è il mondo musulmano. Una ex superiora generale, Raymonde Andrèe, che vive a Beni Abbes, dice: «Il deserto è il luogo in cui si lotta per sopravvivere e dove si rivela la capacità di resistenza. Scegliere di vivere accanto all’altro in queste situazioni, nella sua verità, permette una qualità dell’incontro che arricchisce entrambi. È ciò che attira chi sceglie questo cammino: una vita semplice, non separata, in una famiglia internazionale». E fratel Arturo Paoli: «Gesù è l’uomo del deserto, l’uomo di un solo amore, di un solo ideale, è un’attrattiva unica per chi sente il bisogno di liberarsi da questa ragnatela che ci vuole catturare». Oggi la Chiesa in Algeria mostra segni di novità. Anzitutto le persone: i cattolici provenienti dalla Francia sono sempre meno, invece aumentano quelli dall’Africa subsahariana, dall’Asia e dall’America del Sud. Ad Algeri c’è un arcivescovo arabo, monsignor Bader. Le nuove congregazioni sono non europee. È presente un laicato cristiano di studenti che arrivano da numerosi Paesi, soprattutto africani; la loro presenza reca vitalità coraggiosa. Tutte queste novità ci fanno sentire che la Chiesa è condotta misteriosamente dallo Spirito in questa storia e in questo popolo. 

Numericamente quasi niente, ma è questo «niente » che ha un senso: fin dall’indipendenza la nostra Chiesa è stata segnata dalla precarietà e dalla debolezza. Ella non ha che mani nude da offrire in gesti di amicizia, solidarietà, fraternità. Mani nude da tendere a uomini e donne di buona volontà e che nello stesso tempo si alzano verso il cielo in atteggiamento di preghiera e di supplica perché arrivi il momento della riconciliazione, della giustizia e della pace. La Chiesa non lavora per se stessa. Il vescovo Claverie, ucciso nel 1996, diceva che ella assomiglia veramente a Cristo quando è presente nei luoghi di ‘frattura’ non solamente per dare, servire, medicare, nutrire, ma essere lì, per far rinascere la speranza, condividere l’amicizia e l’amore universale di Dio. Una cattedrale nel deserto, appunto.

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Il testo completo si trova su:

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/DESERTO .aspx