Nel nome di Dio c'è soltanto la fraternità
Stefania Falasca martedì 4 febbraio 2020

«Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture. È giunto il tempo in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace». Con questa visione il 4 febbraio 2019, papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar Ahamad al-Tayyeb hanno siglato in terra d’Arabia il documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Una dichiarazione scaturita «dalla fede in Dio che è Padre di tutti» seguendo «lo spirito del Concilio Vaticano II.

Del resto nella sua enciclica sociale Caritas in veritate anche Benedetto XVI aveva indicato «l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, solidale nella comune fraternità» «l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, solidale nella comune fraternità». E l’espressione fraternité universelle era già uscita dalla sua penna quattro anni prima, subito dopo la beatificazione di Charles de Foucauld, che aveva dedicato la vita alla testimonianza tra i musulmani e per il quale quell’espressione era diventata un leitmotiv: «Cristo ci invita alla fratellanza universale». E certamente la Dichiarazione ha segnato un tentativo importante per riannodare cammini di condivisione e prossimità tra i battezzati e i membri dell’Umma di Muhammad, nella concretezza dei contesti storici, a vantaggio dell’intera famiglia umana. Ne sembrano consapevoli gli stessi due co-firmatari, a giudicare dalla sollecitudine con cui sia il Vescovo di Roma che lo sheikh Ahmed al-Tayyeb hanno invitato a studiare il documento nelle scuole, nelle università e nei circoli politici e lo attestano le numerose iniziative che da questa sono scaturiti e i progetti messi in campo dal Comitato per l’attuazione del documento.

Nel documento firmato dal Papa e dal Grande Imam si legge, giova ricordarlo, che Dio «ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità», ha donato loro la libertà, «creandoli liberi», e per questo «ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione». Si riconosce pertanto che tra le principali cause di crisi del tempo presente c’è «una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo » e che proprio tale contesto favorisce la caduta di molti «nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco». Si afferma che le religioni in quanto tali «non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo» e si chiama in causa per queste aberrazioni «l’uso politico delle religioni».

Con questa presa di posizione chiara e concreta il documento firmato dal Successore di Pietro e dal massimo esponente del principale centro teologico sunnita hanno scavalcato il groviglio di equivoci, risentimenti, trappole ideologiche messi in atto dai propagandisti e fomentatori delle ‘cultural wars’ di ieri e di oggi. Ad Abu Dhabi un anno fa il grande imam al-Tayyeb aveva fatto precedere la firma al documento da un appello con toni accorati rivolgendosi ai fratelli musulmani in Oriente: «Appartengo a una generazione che può essere definita come la generazione delle guerre… Lavorerò con mio fratello il Papa, per gli anni che ci rimangono, con tutti i leader religiosi per proteggere le nostre società». La dichiarazione congiunta chiede anche di «interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti».

Proprio lunedì una Corte pachistana ha ‘convalidato’ le nozze di una quattordicenne cristiana, Huma Younus, rapita da un adulto musulmano in violazione alla legge che impedisce i matrimoni dei minorenni, ma in presunto ‘accordo’ con le norme della sharia. Questo dice quanta strada vi sia ancora da fare in tante realtà non solo per la convivenza rispettosa e nell’opera di consolidamento del riconoscimento dei diritti, dei princìpi di cittadinanza e integrazione. Ma anche per la diffusione capillare di una vera cultura dell’incontro attraverso l’educazione, perché quando le persone di religioni differenti s’incontrano, questo può anche indicare per entrambe le parti «purificazione e arricchimento».

© Riproduzione riservata