(Foto ANSA/SIR)

“Lo faccio perché voglio cambiare la vita delle persone e aiutare le donne a realizzare i propri sogni anche in luoghi dove sembra impossibile”. Sono parole che hanno accomunato le testimonianze delle donne imprenditrici di tutto il mondo che hanno raccontato la loro esperienza in occasione del “Social Enterprise Open Camp – Planet & People”, un evento formativo di carattere internazionale sul ruolo dell’impresa sociale che si è svolto a San Servolo, in provincia di Venezia fino al 26 ottobre, co-organizzato da Fondazione Opes-Lcef e da Cgm, il principale network di imprese sociali in Italia. Storie di resilienza, coraggio e voglia di cambiare a qualsiasi latitudine al centro delle testimonianze.

(Foto: ANSA/SIR)

Zahra Ahmadi, 32 anni, è un’imprenditrice e attivista afghana, che da sola ha aperto un ristorante a Kabul. “Da piccola ho seguito la mia famiglia in Iran ed è grazie a mia madre – che è una grande chef – che mi sono appassionata alla cucina. Quando da bambini si cambia Paese è facile trovarsi davanti a problemi di identità. Io ho vissuto questo conflitto fino a 29 anni e ho deciso di tornare in Afghanistan”, ha spiegato Zahra. I tre anni trascorsi nel suo Paese sono stati preziosi perché l’hanno aiutata a risolvere il conflitto d’identità che viveva. Arrivata in Afghanistan, voleva essere indipendente e avere una sua professionalità. “Volevo utilizzare le mie energie per creare lavoro anche per gli altri e ho deciso di puntare sulla cucina. Ho aperto una cucina on line ‘La Cucina Saharpaz’ che di fatto si trovava a casa mia. Eravamo all’inizio dell’emergenza sanitaria. Nei mesi in cui ho lavorato consegnando cibo on line ho imparato molto, poi finalmente ho trovato un posto di 4mila metri quadri e l’ho acquistato.

In questo spazio ho realizzato la sede del ristorante creando 30 posti di lavoro per uomini e donne locali.

Abbiamo formato alcune donne come chef che in seguito sono state assunte dal ristorante”, ha precisato. Zahra stava cercando di aprire il secondo ristorante quest’estate, quando i talebani hanno preso il potere in città. È riuscita a raggiungere l’Italia grazie a suo fratello che vive a Venezia e nei due mesi in cui è stata in Italia ha cercato di aiutare le persone che come lei hanno lasciato il Paese. “Il cibo, a prescindere dall’età e dal genere, è un prezioso alleato quando non si conosce una lingua ed è lo strumento che voglio utilizzare per costruire un futuro migliore.

Assieme ad alcuni amici abbiamo lanciato un progetto che si chiama Afghanistan 2030 dedicato ai leader del futuro. Una parte del progetto si concentra sulle donne che sono dovute fuggire dall’Afghanistan. Vorremmo aiutarle come primo passo di accoglienza nella società utilizzando il cibo come strumento per scambiare conoscenze. Nel progetto Afghanistan 2030 c’è anche una seconda componente molto importante per me: l’istruzione.

Stiamo pensando a diversi livelli di istruzione on line per tutte le persone che sono dovute fuggire”, ha chiarito.

Sono tante le donne africane in prima linea per proporre soluzioni energetiche pulite e migliorare la vita di tante persone. È il caso di Liliane Munezero, ceo di WidEnergy Africa Ltd, impresa fondata nel settembre 2016 che si occupa di energie rinnovabili in Zambia. “Mi sono posta l’obiettivo di cambiare le vite delle persone – ha affermato Liliane -. Quando ho finito le superiori ho scelto business management e ho lavorato per tre anni nell’ambito dello sviluppo. Ho avviato questo percorso e ho assistito a una vera e propria trasformazione della comunità”. In Zambia su una popolazione di 18 milioni di persone 10 non hanno accesso all’elettricità. Grazie al lavoro di WidEnergy, 8mila famiglie dello Zambia hanno avuto accesso all’elettricità. Un percorso non facile in Africa soprattutto se sei donna.

“Nelle energie rinnovabili ci sono diverse donne che lavorano, ma è stato molto difficile come risultato da raggiungere. Solo quando si riesce ad arrivare a un livello decisionale è possibile determinare un cambiamento e l’unica soluzione è quella di lavorare all’empowerment delle donne”.

Anche Francine Munyaneza è un’imprenditrice attiva nel settore dell’energia pulita. Ha fondato Munyax Eco, un’impresa sociale che lavora in Ruanda per fornire l’accesso all’energia rinnovabile adattata e testata per le esigenze locali.

Muniax sta influenzando la regione dei Grandi Laghi con la sua attività per un’energia pulita e rinnovabile e le sue azioni volte all’emancipazione delle donne.

La sfida più grande è diventare un’azienda credibile. Attraverso il nostro lavoro abbiamo un impatto non solo sul pianeta, ma promuoviamo il capacity building e la parità di genere attraverso soluzioni che cambiano la vita delle persone”.

Dall’Africa viene anche Jane Maigua, ad di Exotic Epz, che ha lavorato per oltre 25 anni nello sviluppo di imprese sostenibili concentrandosi sulla crescita delle micro, piccole e medie imprese nell’Africa sub-sahariana. La sua passione per il business sostenibile l’ha portata a investire in un’azienda di trasformazione agricola specializzata in noci macadamia. Un’azienda guidata da tre donne che hanno messo insieme la loro esperienza nell’imprenditoria nel settore agricolo per fare la differenza. “Il Kenya è il più grande produttore di macadamia al mondo. Il nostro obiettivo è quello di consentire ai piccoli produttori di accedere al mercato – ha chiarito Jane -.

Vogliamo che il lavoro sia equo soprattutto per le donne che sono molto importanti nella catena del valore del settore agricolo.

Abbiamo avviato strategie che consentono loro di scalare la catena del valore con l’obiettivo di dare loro la possibilità di raggiungere anche le vette più alte”. Nel racconto della sua esperienza imprenditoriale Charity Ndegwa, socia di Jane, ha sottolineato le difficoltà di fare impresa in Africa essendo donna: “Nelle banche i consulenti con cui si parla sono sempre e solo uomini. Per accedere ai fondi servono molte garanzie e occorre dimostrare che l’attività sia efficiente.

Noi lavoriamo per equilibrare la leadership e nella nostra società cerchiamo di avere equilibrio promuovendo il ruolo delle donne.

Nel nostro consiglio di amministrazione siamo 5 persone e 3 sono donne. Questo nel nostro Paese è un’eccezione”.