I.Sol. mercoledì 12 febbraio 2020
Arrestato venerdì 7 febbraio al Cairo, si trova da dall’8 febbraio in detenzione preventiva nella città di Mansoura
I genitori di Zaki: «Sequestrato e torturato perché parlasse di Regeni»

Un interrogatorio durato almeno 17 ore, che Patrick George Zaki ha subito bendato e ammanettato tutto il tempo, con minacce, colpi a stomaco, schiena e scosse elettriche. Torture che l’hanno “psicologicamente distrutto” e che, come hanno raccontato i suoi familiari in un’intervista a Repubblica, erano tese a indagare “i suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni“.
“Non sappiamo perché Patrick sia stato arrestato”, ha spiegato uno dei suoi avvocati, Wael Ghally. “Abbiamo soltanto due certezze. La prima è che nei suoi confronti è stato emesso un mandato di comparizione il 24 settembre ma nessuno glielo ha comunicato. Per questo è stato fermato alla frontiera. La seconda è che lì è stato bendato e portato da qualche parte al Cairo. È stato detenuto e interrogato per 30 ore, torturato. Lo picchiavano e gli chiedevano dei suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni. Patrick non sa nulla di tutto questo. Così alla fine lo hanno trasferito qui a Mansura”.

A quattro giorni dall’arresto di venerdì 7 febbraio al Cairo dello studente egiziano che a Bologna segue un Master europeo sugli studi di genere, emergono i dettagli della detenzione dell’attivista. Arrestato venerdì all’arrivo al Cairo, dove era atterrato dall’Italia per una breve vacanza a casa, in famiglia; nessuno, compresi i suoi genitori, è stato inizialmente informato del suo arresto.

Di Zaki si sono perse le tracce per quasi 24 ore. Un buco nero in cui il giovane, secondo quanto riferito dai legali che hanno avuto modo di vederlo sabato all’udienza che l’ha relegato a 15 giorni di detenzione, avrebbe subito un interrogatorio durissimo, con torture. È per questo che Patrick ha chiesto “di essere visitato da un medico legale per mettere agli atti le tracce della tortura subita”. Una richiesta riferita da Hoda Nasrallah, avvocatessa nel team di legali che segue il suo caso: “È stato sottoposto a scosse elettriche e colpito, ma in maniera da non far vedere tracce sul suo corpo” ha spiegato Nasrallah, che lavora per l’ong egiziana Eipr che ha ricostruito la vicenda dell’arresto.

Da sabato Patrick si trova in una camera di sicurezza del commissariato di polizia Mansoura-2, località a 120 chilometri a nord rispetto al Cairo e sua città natale. Amnesty International, che ha rilanciato una petizione online firmata da migliaia di persone, sottolinea che “l’arresto arbitrario e la tortura di Patrick Zaki rappresentano un altro esempio della sistematica repressione dello Stato egiziano nei confronti di coloro che sono considerati oppositori e difensori dei diritti umani, una repressione che raggiunge livelli sempre più spudorati”.

Amr Abdelwahab, ingegnere e amico di lunga data di Patrick, ha creato alcune pagine social e una rete online per divulgare informazioni. Una dichiarazione ufficiale dei familiari di Zaki, che non si espongono oltre perché hanno paura, è stata pubblicata online: “Non riusciamo ancora a comprendere le accuse mosse a Patrick – scrivono – nostro figlio non è mai stato fonte di minaccia o di pericolo per nessuno”. E ancora: “Non avremmo mai immaginato che potesse essere trattato in questo modo, né che avremmo vissuto anche solo per un giorno con una paura e un’ansia senza precedenti per la sicurezza e il benessere di nostro figlio. Non sappiamo nemmeno quando o come finirà questo incubo”, “chiediamo di stargli vicino e di sostenerlo”.

Al Cairo intanto l’ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini, ha incontrato il presidente del Consiglio nazionale per i diritti umani egiziano, Mohamed Fayek. Questi ha riferito di aver “chiesto alle autorità egiziane della situazione” di Patrick ma ha anche ricordato che l’attivista è “stato fermato in base a un’ordinanza della Procura Generale ed è attualmente sotto inchiesta” con “accuse di sostegno ad organizzazioni terroristiche“.

Provati sono i compagni di master di Patrick, che hanno ripreso a seguire le lezioni a Bologna e che stanno cercando in tutti i modi di far sentire la loro voce. A Granada, sede dell’Università che coordina il master Gemma, un presidio di studenti e accademici ha chiesto “verità e giustizia. Per Patrick, per Giulio (Regeni, ndr) e per tutti coloro che lottano per società più giuste ed egualitarie”. La mobilitazione continua: a Bologna è prevista una manifestazione questa sera, altre forme di mobilitazione a Milano e Roma. Un’iniziativa al giorno, promettono gli attivisti, per non spegnere i riflettori, e la speranza.

Il caso Giulio Regeni

L’intervista ai genitori di Giulio Regeni

Casi di sparizioni forzate e torture: la denuncia di Amnesty International

In Egitto, l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) si rende responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso pacifico.
Amnesty international ha documentato 112 casi di sparizione forzata per periodi fino a 183 giorni, prevalentemente per responsabilità dell’Agenzia per la sicurezza nazionale.
Il rapporto, intitolato “Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo”, rivela una tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi minorenni, sparire nelle mani dello stato senza lasciare traccia.

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