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Federico Peirone

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31 Gennaio 2013

EGITTO – ( 31 Gennaio )

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EGITTO IN BILICO
 
Tahrir, due anni dopo
 
Domani l’opposizione torna nella piazza dove tutto cominciò, ma per dare un’altra spallata al presidente Morsi
Riccardo Moro

 
Si celebra in questi giorni il secondo anniversario della rivoluzione pacifica che in Egitto ha fatto cadere Hosni Mubarak. Fu un risultato faticoso ottenuto grazie a milioni di persone che sfidarono il coprifuoco e le armi del regime. Al Cairo dal 25 gennaio 2011 decine di migliaia di manifestanti presidiano giorno e notte Piazza Tahrir, che diventa il luogo simbolo della domanda di libertà e di riscatto di tutti i cittadini. I megaschermi fatti installare da Al Jazeera rilanciano in piazza le immagini che l’emittente araba, France 24 e BBC trasmettono 24 ore su 24 in tutto il mondo. Il 1 febbraio si svolge la grande manifestazione che segna il destino di Mubarak: due milioni di persone riempiono la piazza e le vie d’accesso, i militari scelgono di non reagire e la gente fraternizza con loro. Nei due giorni successivi il regime invia forze speciali a sparare sulla folla. Il prezzo pagato in termini di sangue è altissimo, ma la piazza non viene abbandonata e finalmente l’11 febbraio Mubarak abbandona il potere. Gli succede un governo militare provvisorio, che guida il Paese sino all’elezione di Mohamed Morsi nel giugno 2012.
Il nuovo presidente è un esponente dei Fratelli Musulmani, il movimento integralista forse più antico e autorevole del mondo sunnita. Per questo molti osservatori sono perplessi. Ma se il fondamentalismo islamico è in molti casi degenerato in forme violente e illiberali, i Fratelli Musulmani hanno dato l’impressione in questi anni di cercare un equilibrio diverso e più dialogante, confrontandosi anche con la partecipazione elettorale in uno stato costituzionale giocoforza non confessionale. La loro sfida alla ricerca di una coerenza integrale fra Corano e vita ricorda, per certi aspetti, quella dell’intransigentismo cattolico, che rifiutando le ‘tentazioni’ del modernismo, rivendicava con orgoglio il richiamo all’ortodossia, impegnandosi con generosità nel sociale, ma rifiutando di riconoscere piena autorità a uno Stato ‘laico’ che si costituiva del tutto ‘altro’ rispetto all’autorità della Chiesa. L’intransigentismo naturalmente fallì sul piano politico, ma è in qualche modo dal testardo desiderio di coerenza e di servizio dei d’Ondes Reggio e dei Sacchetti che fiorì anni dopo il cattolicesimo democratico di uomini come Sturzo, De Gasperi, La Pira e Dossetti, protagonisti non solo della vita nazionale, ma di quella europea e internazionale. Per questo abbiamo guardato al nuovo presidente egiziano con attenzione e rispetto.
I suoi primi passi sono stati positivi. Pur non mantenendo le promesse elettorali sulla nomina del vicepresidente e del governo, Morsi ha gestito bene questioni delicate in casa e all’estero. Dopo lo scioglimento del Parlamento decretato per vizi di forma dalla Corte Suprema legata al vecchio potere, ha concordato con le opposizioni la creazione di un’Assemblea Costituente. Quindi ha operato senza eccessive scosse un rilevante cambiamento nei vertici militari e ha giocato un ruolo equilibrato sul piano internazionale, con posizioni ferme nei confronti della Siria e dell’Iran e una efficace capacità di mediazione con Israele.
Negli ultimi due mesi però la situazione si è pesantemente compromessa, con frequenti proteste e scontri violenti, sino a degenerare sulla vicenda del referendum costituzionale. Accusandola di voler sciogliere l’Assemblea Costituente, ‘compromettendo così la rivoluzione di piazza Tahrir’, Morsi ha sospeso la Corte Suprema e ogni altra autorità avocando a sé tutti i poteri. Di fronte alle dimissioni per protesta di molti membri della stessa Assemblea, ha prescritto che i rimanenti, tutti legati a Giustizia e Libertà e ad al Nour (i partiti dei Fratelli Musulmani e dei salafiti), terminassero comunque il testo e ha imposto immediatamente un referendum di ratifica che non ha consentito alcun dibattito. Così solo il 20% è andato a votare, mentre la maggioranza è tornata a protestare in piazza. Il vicepresidente Mekki ha preso le distanze dal presidente dando le dimissioni e l’Esercito ha mostrato i muscoli facendo volare i caccia sul Cairo quasi a segnalare che se la tensione diventasse eccessiva, i militari potrebbero riprendere in mano la situazione.
In questa tensione Morsi sembra avere perso la capacità di guida equilibrata. Usa parole dure nei confronti dell’intervento francese in Mali, dimenticando che, forti di una Risoluzione Onu, là sono attive forze dell’Unione Africana di cui lo stesso Egitto fa parte. Sostituisce il ministro dell’economia e quello degli interni, accusati di essere troppo deboli nel difendere il governo. Rafforza i limiti alla stampa e, soprattutto, consente alla polizia l’uso delle armi contro la folla. Nell’ultima settimana sono stati più di cinquanta i manifestanti uccisi. Altre decine quelli delle settimane scorse. Un bilancio vergognoso per chi afferma di voler difendere la rivoluzione pacifica di piazza Tahrir.
Le prossime elezioni parlamentari, previste a giugno, potrebbero riequilibrare la situazione, ma sembra impossibile attendere in queste condizioni altri cinque mesi. Il Paese è in fibrillazione e proprio in piazza Tahrir il Fronte di Salvezza Nazionale, che raccoglie tutta l’opposizione democratica, ha convocato una grande manifestazione per il 1° febbraio, nell’anniversario di quella immensa del 2011. È forse l’ultima possibilità per Morsi, la cui parabola sembra ormai irrimediabilmente compromessa. Ma per trattare gli oppositori vogliono fatti concreti. Chi nel 2011 ha affrontato la morte per far cadere la dittatura oggi non si accontenta di parole vuote.
 
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