Federica Zoja giovedì 23 agosto 2018
Un uomo, schedato come radicalizzato, uccide madre e sorella. Il gruppo jihadista rivendica, ma dietro c’è solo il disagio personale. È solo l’ultimo di tanti casi
Poliziotti incappucciati a Trappes, sul luogo dell'accoltellamento (Ap)

Poliziotti incappucciati a Trappes, sul luogo dell’accoltellamento (Ap)

Attimi di terrore a Trappes, cittadina francese nella regione dell’Île-de-France, quando un giovane 36enne ha accoltellato la madre e la sorella, e ferito una passante, prima di essere a sua volta colpito a morte dalla polizia. L’aggressore ha gridato «Allah Akbar» prima di essere neutralizzato dagli agenti. Un episodio che pare originato da un dissidio familiare, anche se l’uomo era stato condannato anni fa per apologia del terrorismo. La polizia ha invitato alla prudenza descrivendo l’aggressore come «fragile» anche se il Daesh, tramite il suo canale Amaq, lo ha definito un combattente del Califfato islamico. Trappes, sobborgo a 30 chilometri a ovest da Parigi, è nota per i suoi problemi sociali e per una presenza di elementi legati all’islam radicale. La metà dei suoi 30mila abitanti ha meno di 25 anni e il tasso di disoccupazione sfiora il 20% e da qui, in base alle indagini dei francesi, sono partiti una cinquantina di adepti del Daesh per andare a combattere in Siria e Iraq per il Califfato islamico. L’ultimo episodio di Trappes, per quanto riconducibile a uno psicolabile, rimanda ad altri episodi simili in cui l’aggressione all’arma bianca ad opera di «squilibrati» avviene con inequivocabili accenti jihadisti. Lo scorso 17 giugno a Seyne sur mer una donna, vestita di nero e velata, ha ferito con un taglierino altre due donne in un supermercato gridando «Allah Akbar». Una banale lite scatenata da una persona «con problemi psichici accertati», ma inneggiando al jihad. Il 12 maggio a Parigi, quasi lo stesso copione: nella zona dell’Opera un 29enne ha aggredito a colpi di coltello alcuni passanti, uccidendone uno e ferendone otto. Secondo il procuratore capo di Parigi, François Molins, «l’aggressore durante l’attacco ha gridato ha gridato Allah Akbar». Un radicalismo, forse per emulazione, e che pesca nel disagio che oltrepassa i confini francesi. Lunedì scorso a Cornella de Llobregat, alle porte di Barcellona, Abdelouahab Taib ha bussato all’alba al commissariato dicendo di dover fare una denuncia. Appena entrato ha tirato fuori un coltello urlando «Allah Akbar» e altre parole incomprensibili. È stato ucciso dagli agenti dopo che si era scagliato contro una poliziotta. In base alle dichiarazioni della moglie l’uomo, di origine marocchina, voleva suicidarsi per non dover ammettere la sua omosessualità. Assalti simili nei mesi scorsi pure in Belgio: a Liegi il 29 maggio un criminale comune ha aggredito con il coltello due agenti e si è impossessato delle loro armi prima di essere ucciso dagli altri agenti. Un analogo attacco in gennaio si era verificato alla stazione di Gant, mentre il 25 agosto di un anno fa, al grido di «Allah Akbar», armato di macete aveva attaccato due militari in boulevard Emile-Jacqmain. Il 26 agosto dell’anno scorso a Londra un uomo al grido di «Allah Akbar» sera ha ferito due agenti di polizia vicino a Buckingham Palace mentre il 14 agosto di quest’anno un’auto si è lanciata a tutta velocità contro Westminster.

La fascinazione del sedicente “Stato islamico”, seppure privato di un territorio geografico, continua ad essere forte su elementi apparentemente isolati, spesso indicati dalle forze di sicurezza come psicologicamente instabili. «Il Daesh accetta di buon grado l’adesione di individui che, in altri contesti, sarebbero giudicati non credibili perché comunque le loro azioni sono utili alla causa», spiega Francesco Marone, ricercatore esperto di terrorismo islamista per l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

Non è forse una strategia rischiosa per la reputazione dell’organizzazione?

Molto rischiosa. Rivendicare le azioni di persone che hanno poca conoscenza degli obiettivi politici del Daesh, talvolta inconsapevoli di divisioni basilari all’interno del mondo islamico come quella fra sunniti e sciiti, e pure con scarse cognizioni religiose mette a rischio la credibilità dello Stato islamico. Però la velocità con cui, ieri mattina, il Daesh ha fatto proprio l’attacco dell’aggressore di Trappes, in Francia (una rivendicazione è giunta attraverso l’agenzia <+CORSIVOA>Amaq<+TONDOA> poche ore dopo il fatto, contrariamente a quanto accade di solito, ndr) fa pensare che davvero l’organizzazione terroristica sia in difficoltà.

Si direbbe che fra gruppo islamista e cani sciolti ci sia “cooperazione”.

Un “mutuo soccorso”. Per individui che si percepiscono emarginati dalla società e che sono in qualche modo in contatto con la galassia jihadista, compiere un’azione violenta mettendosi il cappello più “nobile” della causa del Daesh permette di uscire dall’anonimato. Purtroppo, di episodi di violenza familiare, come quello di ieri nel Nord della Francia, la cronaca è piena. Ma invocando la “causa del Califfo”, l’autore è uscito dall’anonimato. Allo stesso modo, il Daesh, la cui guida al-Baghdadi ha appena rilasciato un lungo messaggio dopo essere stato dato per morto un anno fa, ha sfruttato l’episodio per ottenere ancora più visibilità in un frangente di debolezza.

Quanto è reale tale fragilità a suo giudizio?

La perdita del territorio geografico, che faceva del Daesh un esperimento inedito nella storia del jihadismo, è quasi totale. I concorrenti più diretti, gli jihadisti di al-Qaeda, sono ancora agguerriti. Le difficoltà in cui versa il Califfo è reale. <+NEROA>

Eppure il potere attrattivo del Daesh è ancora forte in Europa. I simpatizzanti sono migliaia.

Il materiale propagandistico ufficiale è crollato rispetto al periodo d’oro, ma i canali ufficiosi, per esempio le chat room spontanee sorte su Telegram, sono numerosi. Baghdadi, direttamente o indirettamente, è ancora in grado di attrarre o ispirare seguaci in tutto il mondo.

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