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Federico Peirone

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1 Settembre 2014

GAZA – ( 1 Settembre )

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Tregua a Gaza: la testimonianza di una focolarina che vive in Israele

Città vecchia di Gerusalemme

La ricostruzione della Striscia di Gaza richiederà almeno 20 anni. E’ la valutazione a cui è arrivato il Coordinamento di una trentina di organizzazioni umanitarie, tra le quali la Croce Rossa e l’agenzia Onu per i rifugiati. Circa 17.000 le unità abitative che sono state distrutte o gravemente danneggiate dalle recenti operazioni israeliane contro Gaza. Intanto, in attesa di nuovi negoziati, si continua a sperare che la tregua raggiunta possa diventare una pace duratura tra palestinesi e israeliani. A questo proposito, Adriana Masotti ha sentito Kasia, di origine polacca, appartenente al Movimento dei Focolari, che da oltre 10 anni vive in Israele:

R. – Sicuramente con la tregua si è tirato un sospiro di sollievo, perché la tensione è stata grande. Però, c’è anche la sensazione che nessuno abbia vinto e anche amarezza per tutto quello che è successo.

D. – Quanto forte è la speranza che questa tregua si trasformi in una pace duratura?

R. – Io, vedendo e sentendo le persone, ho la sensazione che da un lato ci sia una forte speranza di pace, perché tutti vogliono la pace; dall’altro lato ci si chiede: “A questo punto, come fare? E’ veramente possibile?”. C’è un po’ di scoraggiamento, però dobbiamo avere sempre la speranza, perché senza la speranza non si può andare avanti.

D. – Alla fine di quei 50 giorni di violenze, hai l’impressione che sia rimasto più l’odio per l’altro, oppure la costatazione che la guerra sia un male assolutamente da evitare?

R. – Mi sembra che ci siano un po’ tutte e due le cose: la convinzione più forte è che la guerra sia sicuramente la cosa più importante da evitare, soprattutto dopo quello che è successo. Però, ci sono stanti tanti segni di solidarietà, anche da parte ebraica come la marcia a Tel Aviv, quando gli ebrei sono scesi in piazza per protestare contro quanto succedeva; oppure, aiuti concreti come quelli di una ditta farmaceutica che ha aperto le porte all’ospedale cristiano per fornire medicine; inoltre è stata portata alla Caritas anche una macchina piena di medicine. Adesso che si è calmata la situazione, la gente torna alla quotidianità della convivenza, perché è cosciente che, sì, da un lato forse c’è questo “vorremmo vincere”, dall’altro lato ci si rende conto sempre di più che non si può vivere senza gli altri.

D. – E’ indubbio, che i danni maggiori della guerra li abbia subiti la Striscia di Gaza, quindi i palestinesi. C’è ora la volontà di aiutare la ricostruzione di quel territorio?

R. – Sì, quando sarà più chiaro il da farsi, sicuramente si attiveranno – anzi già ci sono – proposte e progetti, anche da parte ebraica…

D. – Da parte delle comunità di cristiani, ci sarà qualche iniziativa in questo senso?

R. – Sono già in corso alcune raccolte per fornire aiuti; tanti sono i progetti a Gerusalemme con varie Chiese e le istituzioni per aiutare a ricostruire Gaza. Però, sia sugli aiuti – ma soprattutto per la situazione stessa – c’è questa impressione per cui non si sa come andare avanti, come cambiare la situazione, come si può raggiungere la pace. Vanno bene le trattative e la politica, però bisogna trovare un modo nuovo di convivere. Io inviterei veramente tutti a leggere sul sito della Custodia di Terra Santa il discorso che ha fatto a Rimini il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, proprio sulla situazione vista dalla prospettiva cristiana: siamo invitati tutti a vivere questi avvenimenti guardando a Cristo.

D. – Cosa significa vivere in mezzo a conflitti, incertezze, in un contesto come il Medio Oriente, guardando a Cristo?

R. – Soprattutto avere la coscienza che Gesù è risorto – quindi, guardare da questa prospettiva – però, è anche morto sulla croce. La resurrezione nasce dalla croce, perciò bisogna prendere tutto quello che succede dalle mani di Dio, però sempre con la speranza che la pace è possibile, una soluzione è possibile. Si stanno facendo anche tante cose per avvicinare i due popoli, ci sono tante organizzazioni, tante iniziative e anche noi, come Movimento dei Focolari, cerchiamo di agire in questa direzione. Soprattutto conoscersi, perché sono mondi diversi che magari non si conoscono: c’è un punto di vista ebraico, un punto di vista palestinese… Ognuno ha le sue ragioni e non necessariamente vuole cedere, perché è stato educato così; succede anche che non ci sia tanto interesse, o che non si è educati ad interessarsi all’altro punto di vista.

 

Il testo completo si trova su:

http://it.radiovaticana.va/news/2014/09/01/speranze_di_pace_duratura_in_israele_una_testimonianza__/1105608