Siria, Europa, una politica meschina
Riccardo Redaelli giovedì 11 luglio 2019

La ripresa dei combattimenti attorno all’area di Idlib, l’ultima roccaforte dell’opposizione al regime di Damasco, ha portato nuovamente l’attenzione sulla Siria da parte di una comunità internazionale sempre più svogliata e svagata quando si tratta di affrontare i grandi nodi mediorientali. Di fatto, pressoché tutti gli oppositori di Bashar al-Assad si sono rassegnati al fatto che egli – o meglio, i suoi alleati iraniani e russi – abbiano vinto il conflitto, e che il dittatore rimarrà al suo posto. Ma vincere militarmente non significa risolvere politicamente una guerra civile così brutale e che è presto diventata una proxy war, ossia una guerra per procura fra i diversi attori regionali e internazionali. Il Paese è tutto tranne che pacificato, e rimangono irrisolti i motivi e le tensioni che hanno portato, quasi un decennio fa, allo scoppio delle violenze.

Anzi, la scia di morti, feriti e distruzioni, di sfollati e esiliati non ha fatto altro che esasperare le divisioni e le polarizzazioni interne fra le comunità e le fazioni etniche, religiose e politiche. Quanto manca oggi è una seria iniziativa internazionale che cerchi di affrontare gli enormi problemi sul terreno, che i successi militari del regime non riescono a nascondere: centinaia di migliaia di morti, più della metà della popolazione rifugiata all’estero o sfollata all’interno dei confini, danni stimati per oltre 400 miliardi di dollari. Né Assad né i suoi protettori hanno i mezzi per farvi fronte. E neppure hanno l’interesse, sia pure con molti distinguo di posizione, a promuovere una pacificazione della Siria che giocoforza dovrebbe concedere qualcosa agli oppositori e alle potenze regionali che li hanno sostenuti.

Ma se c’è una cosa che ogni conflitto ci insegna molto bene è che la vittoria militare non rappresenta mai il fine ultimo, dato che la soluzione credibile e permanente a una fase di guerra è necessariamente politica. Se non possiamo aspettarci molto da Damasco, abbiamo invece il dovere di pretendere dalle Nazioni Unite e dall’Occidente una ripresa di una iniziativa politica di ampio respiro. Purtroppo, l’Onu sembra condannato all’afonia, e non solo per le vicende siriane. Si è parlato ieri su queste pagine della catastrofica situazione dello Yemen: un disastro umanitario che non riesce a scalfire l’indifferenza internazionale.

All’orizzonte vi è poi la crescita della tensione fra Iran da una parte e Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita ed Emirati arabi dall’altra, che rischia di scardinare tutti i fragili equilibri della regione. La scelta avventata della presidenza Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare con Teheran ha favorito – come previsto – una deriva massimalista e le posizioni oltranziste.

Considerato il peso geopolitico e le innervature che Teheran ha in buona parte dei Paesi mediorientali, sarebbe criminale non attivarsi seriamente per ridurre i rischi di una escalation dalle conseguenze devastanti, dall’Afghanistan al Libano, passando per l’Iraq. Purtroppo, è irrealistico aspettarsi qualcosa da un’Unione Europea che fatica a nominare una nuova Commissione e che appare da troppi anni focalizzata ossessivamente sul proprio ombelico.

Ma rassegnarsi alla inazione totale, subendo iniziative sporadiche o scoordinate che ci scavalcano, appare follia ancor maggiore dell’essere utopici. Qualcuno pensa che i confini siano tutto, ma fuori dai nostri confini ci sono troppe questioni a cui dobbiamo cercare di rispondere con politiche coordinate di lungo periodo: dalla crisi in Libia a quella nel Levante; dal rischio di conflitto nel Golfo al problema dei rifugiati e dei migranti; dagli squilibri demografici a quelli economico-sociali almeno sulle diverse sponde del Mediterraneo.

Gli slogan, le furbizie politiche, le letture ideologizzate possono nascondere le dinamiche reali di fondo, ma certo non le risolvono. È evidente che oggi noi europei non abbiamo le forze per trovare soluzioni, ma abbiamo il dovere morale e la necessità geopolitica di porle sul tavolo in modo complessivo e coordinato, rilanciando l’azione diplomatica multilaterale.

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