Riccardo Redaelli sabato 16 gennaio 2021
Nella notte tra il 16 e 17 gennaio del 1991 il bombardamento su Baghdad aprì le ostilità. In Medio Oriente restano tensioni e un vuoto strategico
I bombardamenti su Baghdad durante la Guerra del Golfo, nel 1991

I bombardamenti su Baghdad durante la Guerra del Golfo, nel 1991 – Ansa

 

I bombardamenti su Baghdad durante la Guerra del Golfo, nel 1991 Il cielo di Baghdad squarciato e illuminato a giorno dai bombardamenti nella notte fra il 16 e il 17 gennaio 1991 è una di quelle immagini-simbolo che rappresentano la storia fotografica del secolo scorso. Una breve guerra – quella del Golfo – che devastò nuovamente l’Iraq, subito dopo la fine del lungo conflitto con l’Iran, iniziato nel settembre del 1980 e conclusosi solo nel 1988. Due guerre sanguinose e distruttrici, provocate entrambe dall’arroganza e dalla mancanza di capacità di analisi del feroce rais di Baghdad, Saddam Hussein. Uno dei dittatori più spregevoli fra i tanti autocrati del Medio Oriente. Una guerra combattuta da una coalizione capeggiata dagli Stati Uniti, sotto egida delle Nazioni Unite per liberare il Kuwait invaso nell’agosto 1990, che Saddam si era rifiutato di abbandonare nonostante le pressioni e gli ultimatum. Fu un conflitto che dimostrò al mondo lo strapotere della tecnologia militare occidentale, e che creò tante illusioni sul ‘nuovo ordine mondiale’, svanite rapidamente con il nuovo secolo. Un conflitto contro il quale si alzò ferma la voce di Giovanni Paolo II che sviluppò anche un’intensa azione diplomatica sul campo per scongiurare morte e distruzione, ma che non riuscì a fermare l’azione militare.

La guerra del Golfo sancì infatti l’apparente ritorno delle Nazioni Unite quale supremo organo per la difesa del sistema internazionale, dopo decenni di inattività sostanziale a causa della contrapposizione bipolare fra Washington e Mosca. Ma soprattutto inaugurò il decennio della supremazia unipolare degli Stati Uniti, dato che proprio in quell’anno l’Unione Sovietica, già sconfitta nella Guerra Fredda, implose, sgretolandosi in quindici stati diversi. Per molti analisti dell’epoca, proprio quell’intervento militare avrebbe dovuto sancire la vittoria del modello occidentale, basato sul liberalismo politico e sul liberismo economico. Si apriva un’epoca in cui il ‘benevolo gendarme’ americano avrebbe promosso i nostri valori e difeso le libertà, grazie al suo strapotere economico e militare. Del resto, chi poteva mai opporvisi? La Russia era solo l’ombra del vecchio rivale sovietico, la Cina ancora debole e povera, nessun avversario da temere veramente. Illusioni, appunto, smentite dalle durezze del nuovo secolo. A dimostrazione che niente può essere costruito di solido, se le fondamenta sono solo quelle dell’azione militare. Perché anche un conflitto ‘per liberare’ qualcuno – il Kuwait, in questo caso – e non già per conquistare, se privo di un vero disegno politico che punti a costruire una pace positiva è destinato a lasciare irrisolti i problemi. O ad aggravarli.

Come puntualmente successo proprio nella guerra del 1991: sconfitte le forze militari irachene – con massacri indiscriminati su di truppe in rotta che non hanno fatto onore agli Stati Uniti – la mancanza di una chiara visione politica ha finito per gettare l’Iraq in un limbo, mantenendo al potere un Saddam Hussein indebolito ma ancora più brutale verso la propria popolazione, per di più colpita da pesantissime sanzioni inter- nazionali. Quanti bambini, vecchi e malati sono morti per quelle sanzioni, nell’indifferenza di buona parte del mondo, nonostante i continui appelli della Chiesa cattolica, che non poteva rimanere in silenzio di fronte alle loro sofferenze? Di fatto, le sofferenze peggiori per gli iracheni sono venute proprio dopo la fine di quel conflitto.

Ma l’intervento della coalizione internazionale nel Golfo è significativo dato che ha inaugurato la lunga stagione delle missioni internazionali, degli ‘interventi umanitari’, della ‘re- sponsabilità di proteggere’ da parte della comunità internazionale: dalla Somalia, alla Bosnia, al Kosovo, al Darfur… e poi, dopo la ferita degli attentati dell’11 settembre, la stagione della rabbia statunitense: la guerra al Terrore, gli interventi in Afghanistan, la sciagurata invasione anglo-americana proprio dell’Iraq nel 2003, per ‘finire il lavoro’ lasciato a metà con Saddam Hussein nel 1991.

Con gli occhi di oggi, in questa stagione del disincanto, stretti fra crisi economica, pandemia, un senso di confusione sulle strategie dell’Occidente a livello globale, quelle illusioni ci appaiono nella loro nitida fragilità. Abbiamo ormai capito, in questi ultimi due decenni, che la superiorità tecnologica militare permette sì di annichilire un nemico ma mai di controllare veramente un territorio, se non si riesce a coinvolgere positivamente la popolazione locale e se non si rimuovono le cause profonde che lacerano tanti paesi e spingono allo scontro le comunità religiose, etniche e culturali che abitano in quelle zone. L’idea che il mo- dello liberale fosse destinato a diffondersi inevitabilmente a livello globale ha lasciato il posto alla consapevolezza della forza e capacità di resilienza dei sistemi autocratici. E, allo stesso tempo, a un senso di fragilità delle nostre stesse democrazie, come evidenziato dalle spinte populiste che attraversano Europa e Stati Uniti.

Parimenti, la convinzione che la guerra contro l’Iraq nel 1991 avesse trasformato definitivamente il Golfo in un ‘lago americano’, come è stato scritto infinite volte, si è progressivamente incrinata: oggi la regione mediorientale vede l’azione arrogante di piccole e medie potenze che agiscono in modo unilaterale, senza temere la reazione statunitense. Turchia, Iran, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti hanno fomentato il settarismo più truce e sostenuto fazioni in lotta senza che l’Occidente riuscisse a intervenire in modo convincente. Non già perché manchino i mezzi tecnologici e militari; ciò che ci fa difetto è una visione strategica complessiva e la voglia di intervenire per impedire e comunque per fermare gli eccessi e le tante guerre civili o ‘per procura’ che dilaniano il Medio Oriente. E paradossalmente, ora che Washington appare riluttante, che rimane afona dinanzi alle crisi, che punta a ritirare i propri soldati dai quadranti più delicati del Medio Oriente invece che a schierarli, che nei quattro anni trumpiani ha scelto su tutti i fronti la via del ‘bilateralismo’ calcolatore, è proprio oggi che si avvertono i pericoli di questo ‘vuoto di potere’.

Siamo passati in pochi decenni dalla voglia di trasformare in meglio il mondo alla riluttanza ad agire anche dinanzi alla peggior ferocia. Ma abbiamo almeno compreso che per risolvere le crisi non serve vincere i conflitti; lo strumento militare, quando necessario, è appunto solo uno strumento, un mezzo per avviare una soluzione che non può che essere sociale, culturale e politica e che richiede un impegno ben più lungo di una guerra. Perché ricostruire è uno sforzo generazionale che deve coinvolgere tutte le parti in gioco: vincere tutti assieme o perdere tutti.

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