Piergiorgio Pescali mercoledì 14 novembre 2018
Storico esempio di integrazione, Oslo frena sui rifugiati. Ragioni economiche e politiche, legate anche ai minori profitti del petrolio
Lezione di anatomia in una scuola superiore norvegese nel Vigeland Park di Oslo (Pescali)

Lezione di anatomia in una scuola superiore norvegese nel Vigeland Park di Oslo (Pescali)

Il 22 luglio 2011 sembrò che tutto, in Norvegia, dovesse cambiare. Quel giorno il Regjeringskvartalet, l’edificio che accoglie gli uffici governativi, fu devastato da una esplosione; poche ore dopo, sull’isola di Utøya, lo stesso autore dell’attentato, Anders Breivik, falcidiò 68 persone, intervenute a un raduno giovanile del partito laburista, allora al potere. In tutto furono 77 le vittime di Breivik, autonominatosi difensore di una cultura che, a suo dire, era messa in pericolo dall’immigrazione: «Eravamo scioccati; tutti ci chiedevamo cosa stesse accadendo, se davvero la nostra politica di accoglienza fosse in discussione», mi spiega Roger Jensen, teologo e direttore del Centro di pellegrinaggio del sentiero di Sant’Olav a Oslo. «Poi, quando le indagini conclusero che l’artefice della strage era un lupo solitario e che non vi era alcuna organizzazione in suo appoggio tirammo un sospiro di sollievo».

A sette anni dal massacro di Utøya e a poche settimane dalle elezioni in Svezia che hanno visto i Democratici Svedesi raggiungere il 18% dei voti, la Norvegia sembra, per il momento, ancora relativamente immune dall’ondata populista e xenofoba che ha colpito la Scandinavia. In effetti dal 1905, anno in cui lo Stortinget, il parlamento, proclamò la sua indipendenza da Stoccolma, Norvegia e Svezia hanno seguito percorsi storici e politici differenti, ma il passato, che ha visto per secoli i Paesi scandinavi intrecciare le loro vicende le une con le altre, ha fatto sì che si sviluppassero stretti rapporti sociali e culturali. Negli anni Cinquanta le quattro nazioni scandinave, a cui si aggiunse nel 1982 l’Islanda, crearono un mercato del lavoro comune con libera circolazione e, sebbene non faccia parte dell’Unione Europea, la Norvegia oggi aderisce alla Convenzione di Dublino. Il tema dell’immigrazione tocca, quindi, anche i 5.300.000 norvegesi che convivono con circa 890.000 immigrati, il 16,8% della popolazione (contro il 24% della Svezia e l’8,5% dell’Italia). La tradizionale visione dei Paesi scandinavi, e in particolare della Norvegia, come serbatoio di accoglienza per immigrati e rifugiati è nata nel 1921, quando l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen divenne il primo Alto Commissario per i Rifugiati nella Lega delle Nazioni. La dolorosa occupazione nazista subita dai norvegesi, accentuò l’empatia di Oslo verso le popolazioni oppresse.

«Poi arrivò il petrolio» dice Edvard Fjørtoft, dirigente della Statoil, la principale compagnia petrolifera del Paese: «Avevamo bisogno di tecnici specializzati e di manovalanza. Così all’immigrazione dei rifugiati politici si aggiunse quella economica». Fu la prima vera generazione di immigrati, oggi perfettamente integrata nel tessuto sociale norvegese anche grazie ai programmi di inserimento sociale avviati negli anni Novanta dal governo laburista e ancora oggi attivi: mentre gli immigrati non possono mettere piede in Norvegia se privi di un’offerta di lavoro, i rifugiati devono obbligatoriamente frequentare corsi della durata di due anni di lingua, di conoscenza civica, storica e culturale della Norvegia superando esami molto restrittivi, condizione necessaria per ottenere il permesso di soggiorno. Nel frattempo ogni infrazione alla legge è sanzionata severamente (nel 2016 su 8.100 stranieri rimpatriati a forza dalla Norvegia, 5.300 avevano commesso reato). Da parte sua il governo garantisce il 71% del salario base, aiuti sociali e di inserimento nel mondo del lavoro.

«A differenza della Svezia, la Norvegia non ha relegato gli stranieri in ghetti alle periferie delle città, ma è riuscita ad integrarli nella società» mi rivela Redeem Onwuakpa, norvegese di origine nigeriana quando le chiedo come si spiega come mai la deriva xenofoba svedese non ha (ancora) appiglio nella sua nazione. La politica di accoglienza e di integrazione ha dato ottimi risultati: il 60% dei rifugiati trova lavoro entro i primi 5 anni di reinsediamento contro il 30% in Svezia e Danimarca limando così possibili contrasti sociali. Contemporaneamente, però, una fetta sempre maggiore di norvegesi ha cominciato a chiedersi se la politica di accoglimento non rischi di minare le fondamenta del costoso welfare nazionale, specialmente dopo che si è deciso di diminuire l’apporto di proventi petroliferi nel budget norvegese. L’opposizione politica ha raccolto questa protesta attorno al Partito del Progresso (Pp) che dal 2013 è al governo con il Partito Conservatore del primo ministro Erna Solberg. «La Norvegia, anche se in misura minore rispetto alla Danimarca e alla Svezia, ha introdotto misure molto restrittive per arginare il fenomeno dell’immigrazione economica e dei rifugiati» afferma Julia Blekkan, volontaria presso uno dei 27 centri di asilo dell’Udiregelverk, il Direttorato Norvegese per l’Immigrazione (nel 2016 erano 150).

La vera protagonista della svolta è stata Sylvi Listhaug, una delle figure più popolari del Partito del Progresso, ministro dell’Immigrazione e Integrazione fino al 2017, quando ha ceduto il posto al collega di partito Tor Mikkel Wara, che sta continuando la politica della Listhaug. Il lavoro che ha caratterizzato la politica del ministero diretto dal Pp è finalizzato a porre fine a quello che la stessa Sylvi Listhaug ha definito ‘tirannia del buonismo’, cioè la politica di accoglienza adottata dall’Unione Europea. Sotto la direzione del Pp la Norvegia ha drasticamente ridotto il numero di permessi di asilo politico, che da 31.145 del 2015 sono crollati a 3.546 nel 2017. Il parlamento stabilisce ogni anno il numero massimo di rifugiati che possono essere accolti nel Paese sulla base dei posti di lavoro, finanze, alloggi disponibili, mentre il Ministero della Giustizia e Pubblica Sicurezza decide da quali Paesi e che tipo di rifugiati accogliere escludendo a priori persone con fedine penali sporche, comportamenti, attitudini indesiderate o con problemi di tossicodipendenza. Una politica che si rivela molto più utilitaristica che umanitaria o caritatevole. «Nel 2017 il 59% delle domande di asilo sono state respinte, la più alta percentuale della storia norvegese» lamenta Harald Tomassen, del Refugees Welcome, una Ong locale che cerca di aiutare richiedenti asilo offrendo loro assistenza sanitaria e logistica.

Tor Mikkel Wara, in un convegno tenutosi lo scorso giugno ha spiegato che gli immigrati «provengono da Paesi vulnerabili e con istituzioni e valori che poco hanno a spartire con quelli del nostro Paese e che si tramutano spesso in problemi (…). In pochi casi sono realmente rifugiati; per la maggior parte dei casi lasciano i loro Paesi per scopi economici». La Norvegia per anni è stato un esempio di accoglienza per chiunque cercasse rifugio da soprusi e ingiustizie e continua a rappresentare un modello di integrazione per molti Paesi europei. Le difficoltà contingenti hanno segnato una battuta d’arresto, ma, come ricorda Roger Jensen, «Siamo la nazione di Nansen e del Premio Nobel per la Pace; l’accoglienza è nel nostro Dna. Non possiamo dimenticarlo».

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