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Federico Peirone

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10 Dicembre 2013

INDONESIA – ( 10 Dicembre )

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INDONESIA

Le promesse di tolleranza fatte ai cristiani non vengono rispettate
 
Attacco alla funzione domenicale a Binjai. Il pretesto: Gli islamisti affermano che una chiesa protestante non è legale, perché non avrebbe ricevuto il benestare della popolazione della zona. Eppure ad agosto il presidente Susilo Bambang Yudhoyono, dinanzi al Parlamento, si era impegnato a difesa della libertà religiosa delle minoranze

È dei giorni scorsi la notizia dell’atto di intolleranza di un gruppo di estremisti appartenenti al Fronte di difesa islamico (Fpi), che ha attaccato la funzione domenicale della Huria Kristen Batak Protestant (Hkbp) di Tandem, nella città di Binjai, provincia indonesiana di North Sumatra. Scortati dalle forze di polizia, le centinaia di persone presenti nella Chiesa, impegnate nella celebrazione del rito del fine settimana, hanno dovuto in fretta e furia far riparo nelle loro case, per evitare l’assalto. L’azione violenta è coincisa con la decisione che deve essere assunta dall’autorità locale sui requisiti di validità del luogo di culto e si ritiene che gli estremisti abbiano voluto mettere pressione nei confronti di chi è chiamato a decidere. Gli islamisti affermano che quella chiesa non è legale, perché non avrebbe ricevuto il benestare della popolazione della zona.
 
La campagna di islamizzazione. L’Indonesia è la nazione musulmana più popolosa al mondo: l’86% dei suoi cittadini professa l’Islam. I cristiani sono il 5,7% della popolazione, i cattolici poco più del 3%, l’1,8% è indù e il 3,4% professa un’altra religione. Nella Costituzione, sono garantite le libertà personali, tra le quali quella religiosa, ma questo fatto non impedisce che siano innumerevoli le violenze e gli abusi. I membri del Fronte di difesa islamico impongono, in diverse zone, norme ispirate alla sharia, come il divieto di bevande alcoliche e altri regolamenti in tema di morale sessuale. Il gruppo è accusato anche di bloccare la costruzione di chiese e di usare la violenza per raggiungere i propri obiettivi: in passato, come riferisce Asia News, è stato autore di una serie di attacchi, che hanno colpito fra gli altri l’ambasciata degli Stati Uniti e bar, nightclub e circoli privati, soprattutto in occasione del Ramadan.
 
Le parole del Presidente. Nell’agosto scorso, il presidente dell’Indonesia, Susilo Bambang Yudhoyono, in un discorso davanti al Parlamento, espresse preoccupazione per i numerosi episodi d’intolleranza religiosa – in particolare contro i cristiani, musulmani sciiti e ahmadi (piccola setta considerata eretica dall’islam) – e promise che il Paese avrebbe difeso più efficacemente la libertà religiosa. “Sono molto preoccupato – disse il presidente – per i continui episodi di intolleranza e di conflitto fra le comunità. Dobbiamo essere in grado di prevenirli”. Invocò anche una “responsabilità collettiva di governo e di istituzioni religiose. Non possiamo giustificare l’imposizione del credo religioso su una minoranza. Ogni cittadino deve rispettare la Costituzione che garantisce la libertà di religione. L’Indonesia è un Paese pluralista che è sempre stato campione di dialogo fra civiltà e religioni: per questo urge evitare scontri e violenze, che possono disturbare la pace nella nostra società e la nostra unità nazionale”.
 
Le accuse dei leader religiosi. Nei mesi precedenti, alcuni leader religiosi avevano apertamente criticato il presidente indonesiano, definendolo “complice del clima d’intolleranza”. Avevano anche espresso perplessità rispetto alla decisione della Appeal of Conscience Foundation (Acf), con base a New York, di premiarlo per la promozione del dialogo interreligioso. Era stato, in particolare, il filosofo e sacerdote gesuita p. Franz Magnis Suseno, a sottolineare che “negli otto anni e mezzo di presidenza, Yudhoyono non ha mai detto agli indonesiani di rispettare i diritti delle minoranze religiose”, ricordò il dramma di centinaia di sciiti e ahmadi cacciati dalle loro zone o uccisi perché considerati eretici in una nazione a larghissima maggioranza musulmana sunnita e si chiese se la situazione “peggiorerà al punto da rendere il Paese come l’Iraq o il Pakistan”. Aggiunse, infine, le problematiche vissute quotidianamente dai cristiani indonesiani, dall’ottenimento dei permessi di costruzione per realizzare luoghi di culto ai casi di grave discriminazione.