Anche questo è terrorismo
Riccardo Redaelli martedì 1 dicembre 2020

Un altro colpo messo a segno. E che colpo, si potrebbe cinicamente dire. Questa volta a rimanere ucciso è stato uno degli uomini più importanti del programma nucleare iraniano, lo scienziato Mohsen Fakhrizadeh. Come prassi, l’attentato non è stato ufficialmente riconosciuto da Israele, ma viene davvero fatto poco per nascondere la soddisfazione di Tel Aviv per la sua eliminazione. Peccato solo che quanto avvenuto sia stato il brutale assassinio di uno scienziato mentre viaggiava sulla sua auto: per il diritto internazionale, l’unica definizione di questa azione è quella di un atto di terrorismo internazionale, che non ha giustificazioni legali. Nel pomeriggio di ieri si è poi aggiunta l’eliminazione – per mezzo di un drone – di un comandante dei pasdaran iraniani che si trovava sul confine fra Siria e Iraq.

Politici e giornalisti israeliani hanno affermato che «il mondo un giorno ringrazierà chi ha compiuto questo gesto», sottolineando come questo rallenterà la marcia di Teheran verso l’atomica. L’Amministrazione Trump, Israele e Arabia Saudita sostengono, infatti, che l’Iran abbia un programma militare nucleare clandestino; tesi da anni smentita dagli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), che visitano regolarmente le istallazioni del Paese e non trovano violazioni. Certo, fino al 2003 l’Iran ha compiuto ricerche segrete anche nell’ambito dell’uso militare dell’energia atomica, ma da allora si limita a perfezionare la tecnica dell’arricchimento dell’uranio. Una tecnica cosiddetta ‘duale’, ossia che può servire a scopi sia civili sia militari, e che mira a far raggiungere alla Repubblica islamica la cosiddetta ‘latenza nucleare’. Ossia controllare pienamente la tecnologia nucleare senza costruire effettivamente un’arma atomica.

Per scongiurare questa deriva, l’Europa e l’Amministrazione Obama avevano raggiunto – dopo anni di negoziati estenuanti – un accordo sul programma nucleare iraniano. Un ottimo accordo, checché se ne dica. Ma da cui Trump si è subito ritirato. Da allora vi è stato un crescendo di demonizzazione dell’Iran, perseguendo l’irrealistico obiettivo di far cadere la ‘teocrazia iraniana’. Che sarà anche molto impopolare all’interno, corrotta e con un’economia a pezzi, ma che rimane ben salda al potere e senza apparenti alternative.

Come leggere allora questo assassinio? È evidente che Trump stia cercando di ‘avvelenare i pozzi’, come si dice, rendendo arduo il compito del nuovo presidente Biden quando a gennaio prenderà il potere. Questi ha detto che, con lui, Washington rientrerà nell’accordo nucleare siglato da Obama.

Più facile a dire che a farsi. Innanzitutto perché il nuovo presidente dovrà smontare la ragnatela di sanzioni e proibizioni create da Trump e per farlo avrà bisogno del sostegno del Congresso e del Senato, da sempre ostili all’Iran e molto sensibili alle pressioni delle lobby filo-saudite e filo- israeliane. Non a caso Biden non ha proferito verbo sulla vicenda, scegliendo un silenzio che dice molto più di tante parole. Ma soprattutto perché questi anni di confronto durissimo e di retorica demonizzante hanno influito profondamente sulla struttura di potere di Teheran. Il fallimento dell’accordo e le nuove sanzioni hanno zittito le voci moderate e indebolito il presidente Rohani, che ha sempre creduto in una politica di accordo con l’Occidente.

Al contrario, si sono rafforzati gli elementi peggiori e più radicali del regime iraniano, con un’ulteriore crescita del ruolo dei pasdaran. L’uccisione improvvisa del loro generale più popolare, Qassem Soleimani, lo scorso gennaio, per decisione di Trump, ha buttato altra benzina sul fuoco. In Iran è tornata a infiammarsi la retorica anti-occidentale, favorendo la radicalizzazione ulteriore di quel sistema di potere. Ma al tempo stesso sono emerse anche le falle nel sistema di sicurezza iraniano, incapace di smantellare la rete di agenti creata dal Mossad (che sfrutta l’impopolarità del regime) e, assieme, sono risultati più chiari i limiti delle loro tanto temute «risposte asimmetriche ». Infatti, qualsiasi reazione da parte di Teheran offrirebbe il pretesto per un bombardamento statunitense, che il presidente Trump vorrebbe lanciare, così da distruggere ogni residua possibilità che Iran e Stati Uniti tornino il prossimo anno allo stesso tavolo negoziale. Come sempre, distruggere e smontare è molto più facile che costruire accordi.

Ma pensare di rafforzare la sicurezza in Medio Oriente puntando sugli omicidi e sulle vendette trasversali dimostra una miopia politica e un cinismo morale che rasenta la follia. E da cui non verrà nulla di buono per l’intero sistema internazionale.

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