Federica Zoja lunedì 4 maggio 2020
Il Covid, gli avvelenamenti da metanolo ritenuto una cura e la crisi economica stanno piagando il Paese. Ma il governo riapre le attività. Rohani: «La produzione è essenziale quanto le precauzioni»
L'Iran è il Paese del Medio Oriente più colpito dal coronavirus

L’Iran è il Paese del Medio Oriente più colpito dal coronavirus – Reuters

 

Il metanolo continua a fare strage in Iran, di tutti i Paesi mediorientali il più colpito dal coronavirus e, dramma nel dramma, pure dagli effetti della diffidenza nei confronti delle autorità. Sono 728 i cittadini iraniani morti dopo aver ingerito una bevanda a base di alcol metilico, altamente tossico per l’uomo. Un presunto rimedio contro il Covid–19, per molti assai più efficace di quanto indicato dal ministero della Sanità: mascherine, gel igienizzanti e distanziamento fisico.
Il numero di morti ufficiali correlate al virus, intanto, è di oltre 6.100 unità, per un totale di contagi di oltre 96mila. In realtà, si stima che i decessi per Covid siano almeno il doppio e gli infetti il triplo di quanto dichiarato da Teheran. Di riflesso, anche il bilancio della strage da metanolo non è certo: il portavoce del ministero della Sanità iraniano, Kianoush Jahanpour, ha dichiarato alla tv di Stato che dal 20 febbraio a fine aprile sono morte 525 persone per ingestione di metanolo; un secondo consulente ministeriale, invece, ha corretto il tiro riferendo che altre 200 persone sono morte al di fuori delle strutture ospedaliere. Insomma, la curva di entrambe le epidemie non è ancora in discesa. Ma c’è un altro pericolo che spaventa le autorità iraniane ancora di più: quello del collasso socio–economico e, di conseguenza, dell’implosione politica della Repubblica islamica. Per evitare il tracollo, Teheran ha disposto la riapertura degli uffici pubblici e delle attività private a partire dalla capitale e, via via, nelle province. Così il presidente Hassan Rohani ha motivato la decisione: «Vista l’incertezza su quando la diffusione del virus finirà, ci stiamo preparando per riprendere il lavoro, le attività e la scienza. Dobbiamo seguire le indicazioni mediche, ma il lavoro e la produzione sono essenziali quanto queste precauzioni».
Al momento sono operative le attività commerciali considerate “a basso rischio” e i parchi pubblici. Restano però ancora chiusi centri commerciali, scuole e università e sono limitati, tra le altre cose, gli assembramenti dei fedeli nelle moschee. Una misura essenziale, visto che in Iran si ritiene che il primo focolaio sia deflagrato nella città di Qom – sede di importanti scuole teologiche frequentate da studenti cinesi e di santuari islamici visitati da migliaia di fedeli – per poi raggiungere ogni angolo della nazione e del Medio Oriente in poche settimane. Ora la crisi economica galoppa. La Banca mondiale stima che già nel 2019 il Pil dell’Iran si fosse contratto di circa il 9 per cento rispetto a quello del 2018 in conseguenza delle sanzioni contro Teheran reintrodotte da Washington. Il Fondo monetario internazionale prevede un’ulteriore flessione, anno su anno, del 6 per cento a fine 2020. Ma la riduzione della crescita potrebbe essere ancora peggiore, aggravata dalla guerra dei prezzi del petrolio fra Paesi esportatori. In questo frangente, l’azione di Teheran segue due binari: il primo, che il Brookings institute ha battezzato della «Corona–diplomazia», vede un battage diplomatico internazionale per ottenere l’alleggerimento delle restrizioni in vigore; il secondo, invece, più operativo, punta al rafforzamento della cooperazione con gli alleati asiatici.
Ha dichiarato il rappresentante speciale russo a Teheran, Rustam Zhiganshin: «Nonostante le gravi restrizioni legate alla pandemia, il flusso di merci tra Russia e Iran continua, sia via terra che via mare». E dopo il crollo dell’interscambio fra Iran e Cina nel primo trimestre 2020, in settimana Pechino ha annunciato la ripresa e il pieno sostegno «agli amici iraniani» contro virus e isolamento economico.

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