Paolo M. Alfieri giovedì 5 dicembre 2019
Il regime tenta di recuperare credibilità. La Guida suprema parla dopo le stragi e il presidente Rohani chiede di liberare molti dei fermati nelle rivolte per il caro-benzina
Il presidente iraniano Hassan Rohani

Il presidente iraniano Hassan Rohani

 

Prima le parole del presidente Hassan Rohani a favore degli “innocenti” arrestati, poi quelle della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, nei confronti dei “martiri”, vittime ritenute innocenti negli scontri durante le proteste contro il caro benzina. Le autorità iraniane cercano dunque di fare un passo nei confronti dei manifestanti. La Resistenza Iraniana indica a oltre 1.000 i morti della repressione nel Paese dal 15 novembre a oggi; 4.000 sono i feriti, oltre 12.000 gli arrestati e 187 le città coinvolte nella rivolta, nata dall’aumento del prezzo della benzina e dal razionamento del carburante.

Per Amnesty International le vittime sono almeno 200, mentre le autorità di Teheran non hanno fornito un bilancio preciso, ma hanno respinto queste stime come “menzogne assolute”. La situazione è comunque incandescente e fa traballare le autorità, delle quali giovani e classe operaia invocano le dimissioni.

Non è un caso, dunque, se ieri Rohani abbia sottolineato che tra “tutti quelli che sono stati arrestati” nelle violenti proteste “ci sono certamente alcuni innocenti e dovrebbero essere liberati. Alcuni hanno commesso una trasgressione, non un crimine”. “Dovrebbe essere mostrata la clemenza religiosa e islamica e quelle persone innocenti che hanno protestato contro gli aumenti dei prezzi della benzina e non erano armate, dovrebbero essere rilasciate”, sono state le parole del presidente iraniano in un discorso televisivo.

Da parte sua l’ayatollah Ali Khamenei ha approvato la proposta del Consiglio supremo di sicurezza nazionale di riconoscere come “martiri” le vittime ritenute innocenti degli scontri, cioè le persone rimaste uccise pur “senza aver avuto alcun ruolo” nelle manifestazioni. Il riconoscimento come “martire”, attribuito generalmente ai membri delle forze armate e di sicurezza morti in servizio, comporta tra l’altro l’attribuzione di sussidi e altri benefici ai familiari delle vittime. Secondo gli analisti, la decisione comunicata dalla Guida suprema punta ad allentare la tensione in uno scenario sempre più fragile.

© Riproduzione riservata