Per l'Iran è tramontata in Siria la «Mezzaluna sciita»
Giorgio Ferrari sabato 9 maggio 2020

C’era una volta la Mezzaluna Sciita. Un corridoio che si stendeva da Teheran al Mar Mediterraneo passando per Baghdad, Deir ez-Zor, Palmira, Damasco, Latakia garantendo all’Iran una fascia di controllo che tagliava in due la vecchia carta geografica del Medio Oriente. Lungo questa falce che penetrava nel cuore del mondo sunnita si dislocavano ben tre eserciti a disposizione delle ambizioni iraniane: 100mila miliziani in Iraq, 10mila hezbollah e 50mila fra iracheni e afghani in Siria e altre migliaia con Hamas a Gaza, cui si aggiungevano gli Houthi dello Yemen. C’erano voluti anni e la drammatica crisi siriana per costituire questo schieramento, e soprattutto era stata la Russia a fornire l’indispensabile apporto logistico all’Iran, con cui il Cremlino aveva stipulato una sorta di asse politico-militare a sostegno del fragile regime di Bashar al-Assad, alauita e anch’esso di credo sciita. Un sostegno che Damasco aveva ben remunerato, consentendo ai russi di incassare la ricca cambiale di una base aeronavale permanente nelle acque calde del Mare Nostrum, sogno inconfesso e finora mai realizzato di tutti gli zar, dalla Grande Caterina fino al crollo dell’Unione Sovietica.

In questo modo Teheran stringeva da tre differenti direttrici il laccio attorno a Israele. La minaccia più consistente era nel nord, ai confini libanesi con l’Alta Galilea e con le alture siriane del Golan dove da quasi vent’anni premevano gli sciiti hezbollah dello sceicco Nasrallah. Con la differenza che rispetto al rudimentale arsenale degli anni di Ariel Sharon fatto prevalentemente di vecchi Kassam o di Grad russi, ora il Partito di Dio disponeva di almeno 180mila fra razzi e vettori a media e lunga gittata. Il secondo fronte stava a ovest, nella Striscia di Gaza dominata da Hamas ma ampiamente finanziata da Teheran e di fatto suo braccio armato. Il terzo fronte, quello in realtà più delicato e pericoloso era la fascia di confine con la Siria, dove si erano insediati i consiglieri pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, la più pericolosa unità paramilitare iraniana che ha puntigliosamente addestrato le milizie di Damasco.

Ma questo poderoso castello si è in parte frantumato. Dapprima con l’eliminazione di Qassem Suleimani, capo della temuta Forza Quds e stratega delle attività militari iraniane nella Mezzaluna. La sua morte ha messo in crisi i disegni di Teheran nella regione e il suo successore, Ismail Gahani – come del resto il suo numero due Hejazi, il contrammiraglio Ali Shamkhani e il generale dell’aria Amir Hajizadeh –, non beneficia al momento del medesimo carisma e della stessa spietata intelligenza geopolitica. Subito dopo è comparso il coronavirus, che si è legato al peso delle sanzioni occidentali e insieme al crollo dei prezzi del petrolio dovuto alla sventurata operazione al ribasso condotta di concerto dall’Opec e dalla Russia, che per alcuni giorni ha fatto precipitare le quotazioni del greggio fino al record inarrivabile di un valore negativo. La terza concausa risiede nel default del Libano. Il piccolo glorioso stato pluriconfessionale è tecnicamente fallito, con un debito pubblico al 170% del Pil e i depositi bancari – che un tempo valevano tre volte il prodotto interno lordo – che si sono rapidamente svuotati. E per la prima volta il malcontento popolare, che già aveva dovuto assorbire l’urto di un milione e mezzo di profughi siriani su una popolazione di meno di 7 milioni di persone, si è riversato sugli sciiti di Hezbollah, che tradizionalmente macinavano consensi soprattutto nel sud del Paese e nella zona di Tripoli configurandosi il più delle volte come un anti-Stato.
Risultato, una progressiva smobilizzazione iraniana lungo l’intero arco della Mezzaluna, spinta anche dalla precauzione russa nell’evitare di arroventare il fronte siriano-israeliano. Da un po’ di tempo infatti l’ombrello aereo di Mosca non c’è più, Israele è virtualmente padrone dei cieli siriani. E, con un certo azzardo, potremmo dire che a conti fatti la guerra sciita per ora l’ha vinta Israele. Per ora, naturalmente.

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