(Foto ANSA/SIR)

“Ferma condanna” dell’attacco ma anche certezza nella visita del Papa, perché “il Paese ha estremo bisogno di parole di speranza su cui costruire un futuro di pace e di convivenza, basato sul rispetto dei diritti e sulla giustizia”: così l’arcivescovo caldeo di Erbil, mons. Bashar Matti Warda, commenta al Sir l’attacco con razzi, la notte scorsa, diretto tra la zona dell’aeroporto e la base delle forze della Coalizione internazionale a guida Usa a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Il bilancio provvisorio parla di un “morto, un contractor forse americano, e di sei feriti, uno dei quali militare Usa”. A Erbil ci sono 3.500 soldati, tra loro anche 860 italiani, tutti impegnati nella missione internazionale “Prima Parthica”/“Inherent Resolve” (attive dal 14 ottobre 2014 per contrastare Isis). L’attacco, rivendicato dalla milizia filoiraniana Saray Awliya al-Dam, “I guardiani delle brigate del sangue”, è stato il primo in quasi due mesi contro postazioni militari e diplomatiche occidentali in Iraq. “L’Iraq ha bisogno di altro genere di messaggi che non sono i missili o gli attentati – aggiunge l’arcivescovo –, le parole del nostro futuro devono essere riconciliazione, coesistenza, rispetto dei diritti. Dobbiamo uscire da questo tunnel di violenza e di attacchi, per questo la visita del Papa diventa sempre più vitale per tutto il nostro Paese e non solo, anche per tutta l’area mediorientale. Quello che arriva da Erbil e dall’Iraq non è il messaggio di cui il nostro Paese ha bisogno. Condanniamo fermamente l’attacco e siamo pronti ad ascoltare e mettere in pratica le parole che Papa Francesco vorrà donarci”. Un attacco analogo all’aeroporto di Erbil si è verificato a gennaio del 2020, pochi giorni dopo l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani avvenuta all’aeroporto di Baghdad. Risale al 21 gennaio scorso, invece, un doppio attentato suicida in piazza Tayaran, nel centro di Baghdad, che ha provocato decine di vittime e circa 100 feriti. Le modalità di attuazione fanno ricordare quelle messe in atto dallo Stato Islamico. In quella occasione il patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako, aveva parlato di “messaggio di morte, che forse ha a che fare con il ritiro dei soldati Usa dal Paese, o con il progetto elettorale”. Di fatto questi attentati vanno a colpire anche l’attesa per la visita papale (5-8 marzo) vissuta dalle comunità cristiane locali.