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Federico Peirone

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18 Luglio 2011

IRAQ – (18 Luglio)

IRAQ: SOTTO TIRO L'ANTICA POPOLAZIONE DEL LUOGO
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Il direttore della Federazione caldea in USA parla dell’esodo dei cristiani

ROMA, lunedì, 18 luglio 2011 (ZENIT.org).-Sebbene l’esodo dei cristiani dall’Iraq sia in atto da diversi anni, la comunità internazionale è ancora troppo poco sensibile a tale questione che rischia di contribuire alla conflittualità in atto nell’intera regione.

Ad affermarlo è Joseph Kassab, direttore della Chaldean Federation of America.

Kassab ha parlato con il programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, sulla piaga dei cristiani iracheni e su ciò che si deve fare per assisterli.

Come è noto, i cristiani stanno lasciando l’Iraq in massa. Qual era la situazione dei cristiani in Iraq prima dell’invasione statunitense?

Kassab: Il numero dei cristiani in Iraq prima della guerra del 2003 ammontava a più di 1,2 milioni. Ora ve ne sono meno di 300.000 e la maggioranza di loro è gente sfollata all’interno dei Paese, che cerca sicurezza al Nord. Altri 300.000 o 400.000 cercano asilo come rifugiati in Paesi confinanti come Giordania, Siria, Turchia, Libano ed Egitto, o si trovano dispersi in Europa.

Uno dei motivi della loro fuga sta nella continua violenza che viene perpetrata nei loro confronti. Le atrocità sono intollerabili e incredibili. Sono diventati un bersaglio facile per molti motivi, tra cui il principale è che i cristiani non portano armi personali, né hanno una milizia che li protegga. Non hanno gente delle tribù che li aiuti. E d’altra parte i cristiani iracheni sono noti per essere l’élite, altamente istruiti, accademici del “think tank” dell’Iraq, e anche per questo sono presi di mira.

Adesso parliamo di questi aspetti, ma prima vorrei chiarire: come era, per i cristiani, vivere sotto Saddam Hussein?

Kassab: Mettiamola così: durante il regime di Saddam c’era ordine, ma non c’erano leggi. Ora abbiamo la legge, ma non abbiamo ordine. Quindi, di fatto, stavano meglio prima, perché c’era un qualche ordine, un qualcosa che li tutelasse. Ma allo stesso tempo, durante l’ultimo decennio di regime, Saddam si era incattivito e islamizzato. Per questo se la prendeva con i cristiani in molti modi: ha mandato i nostri seminaristi sul fronte contro la loro volontà; li ha costretti a usare le armi e a uccidere persone. Ha nazionalizzato le nostre istituzioni cristiane e ha vietato di dare ai neonati cristiani nomi della Bibbia. Ha anche costretto i cristiani ad aderire al partito Baath – il suo partito – o a lasciare il Paese. Questo era il tipo di cose che avvenivano a quel tempo, ma in termini di sicurezza, i cristiani stavano meglio prima che oggi.

Come descriverebbe la situazione politica attuale in Iraq?

Kassab: Molti drastici cambiamenti sono avvenuti in Iraq dopo la guerra. Uno dei cambiamenti più importanti è stata la formazione di più di 300 partiti politici. L’Iraq ne aveva solo uno prima della guerra. Gli americani hanno abbandonato l’esercito iracheno e di conseguenza quelle persone ora combattono contro gli americani e il neo costituito Governo. La disoccupazione è aumentata a circa il 90%; la gente non sa che fare e la situazione è caotica.

Se mi chiede se la democrazia abbia attecchito in Iraq, esprimerei forti dubbi. Il principio democratico si basa su due pilastri. Il primo è il governo della maggioranza. Il secondo, che è più importante, è il riconoscimento e il rispetto dei diritti delle minoranze e il rispetto dei diritti civili e religiosi. Questo non sta avvenendo in Iraq e per questo la democrazia non si è ancora radicata.

Nella nuova Costituzione irachena c’è un articolo che garantisce la libertà di espressione religiosa. La libertà religiosa è una realtà?

Kassab: La Costituzione riconosce la libertà religiosa, ma la Costituzione è piuttosto limitata in termini di diritti religiosi di minoranze come i cristiani. Esso è contraddetto dall’articolo 2 che afferma che l’Islam è la religione principale dell’Iraq e che nessuna decisione contraria all’Islam può essere emanata. Questo significa che gli altri, che non sono islamici, hanno minori diritti e questo non aiuta affatto. Io credo che la Costituzione irachena debba essere rivista. Credo che i cristiani debbano avere maggiore rappresentanza in Parlamento e nel Governo per poter sopravvivere.

Lei ha citato il tema della sicurezza. I cristiani stanno subendo crescenti persecuzioni e violenze. Da dove viene tutto questo? Da che agenda politica?

Kassab: Io credo che esista un’agenda nascosta. Credo che il progetto sia quello di cacciare i cristiani non solo dall’Iraq, ma dall’intero Medio Oriente. Questo, purtroppo, sta avvenendo, ma la comunità internazionale non dice nulla. Noi non sappiamo perché esiste questo programma di eliminazione dei cristiani dalla regione, considerando che essa è la culla del Cristianesimo.

E i cristiani sono gente del luogo.

Kassab: Certamente i cristiani sono del luogo e i nostri antenati e la nostra storia risale a 5.000 anni fa, 3.000 anni prima di Cristo. Io non capisco perché ciò stia avvenendo e credo che esista un progetto diretto a rendere questa zona monoreligiosa e non più multireligiosa.

Di che tipo di violenze parliamo quando parliamo di persecuzioni contro i cristiani?

Kassab: Molte sono le atrocità commesse contro i cristiani iracheni e molte sono quelle non documentate. Per esempio, Rita, una donna cristiana di 24 anni, per via delle intimidazioni e minacce è fuggita dall’Iraq in Giordania. Nell’arco di un mese circa, ha saputo che i suoi tre fratelli rimasti in Iraq erano stati rapiti dai fondamentalisti. Ha insistito per ritornare, per cercare di salvarli, ma nel suo viaggio di ritorno è stata presa dagli stessi rapitori. L’hanno tenuta per cinque giorni, picchiata e stuprata innumerevoli volte. La sua famiglia ha pagato il riscatto per il suo rilascio e quindi ha poi potuto raccontare la sua storia. Ha detto che durante le sue sofferenze pregava Dio e Gesù di rimanere cristiana fino alla morte. È stata poi rilasciata dopo il pagamento del riscatto.

Alcuni cristiani sono arrivati fino alla morte?

Kassab: Sì. Per esempio, Ajad, 14 anni. Il suo lavoro era quello di controllare il generatore elettrico del suo quartiere. Con i proventi manteneva la madre. Suo padre era stato ucciso dai ribelli. Una notte, mentre era al lavoro, un fondamentalista gli si è avvicinando dicendo: “cosa fai qui?”. Lui ha risposto: “sto facendo la guardia a questo; è il mio lavoro”. Hanno visto che portava una croce e gli hanno chiesto: “sei cristiano?”. Avendo risposto affermativamente, gli hanno detto: “devi convertirti all’Islam, altrimenti morirai”. E lui ha risposto: “preferisco morire cristiano che convertirmi all’Islam”. Allora l’hanno ucciso e crocifisso. Poi hanno gettato il suo corpo nel fuoco. Questo è il tipo di storia che si sente in Iraq.

Non molto tempo addietro, il nostro Arcivescovo di Mosul, monsignor Rahho, un uomo molto buono e che cercava di aiutare la sua gente, è stato rapito. Io stavo tornando dagli Stati Uniti per andarlo a trovare e dargli il mio riconoscimento per il buon lavoro che stava facendo. D’improvviso sono stato informato del suo rapimento e invece di poterlo visitare, abbracciare e dargli la mano, ho potuto solo assistere al suo funerale.

Molti vescovi, preti e diaconi cattolici sono stati presi di mira. Secondo lei la gerarchia è bersagliata per spaventare i cristiani e indurli ad andare via?

Kassab: Come è noto, 59 chiese in Iraq sono state bruciate, bombardate e molti membri del clero cattolico sono stati rapiti, uccisi – alcuni rilasciati. Chiunque sia un “bersaglio facile”, tra cui principalmente i cristiani, è preso di mira dai fondamentalisti. Quindi, sì, chiunque sia “facile” e incapace di proteggersi è preso di mira dai fondamentalisti e la nostra gerarchia è certamente sotto tiro e in pericolo.

Perché i cristiani sono un “bersaglio facile”?

Kassab: Il motivo sta nella loro fede cristiana: credono nella pace, non amano la lotta. Inoltre, i cristiani possiedono molte imprese e sono bravi imprenditori. Sono anche professionisti. Questo evidentemente li rende dei bersagli. Anzitutto perché sono in grado di pagare i riscatti quando vengono rapiti, e questo costituisce un finanziamento per l’agenda fondamentalista. In secondo luogo, è un modo con cui i fondamentalisti possono intimidire i gruppi religiosi minoritari.

Lei ha detto che molti di loro sono imprenditori di successo; molti fanno parte del substrato intellettuale dell’Iraq. Qual è il rischio, per l’Iraq, in termini di fuga di cervelli, derivante dalla perdita di popolazione cristiana?

Kassab: È vero che la maggioranza dei cristiani iracheni è altamente istruita. La maggioranza si è formata o in Iraq con i gesuiti americani, o nelle università europee e americane. Essi sono effettivamente professionisti e di grande successo, e sono bersagli facili. Certamente c’è una significativa fuga di cervelli. L’Iraq è stata svuotata dei suoi “think tank”. Non molto tempo fa, l’Unesco ha riferito che più di 20.000 intellettuali e professionisti iracheni erano fuggiti dall’Iraq a causa di intimidazioni e del timore per la propria vita. Queste persone, siano esse cristiane o musulmane, sono prese di mira a causa della loro professionalità. Sono noti per riavvicinare le persone perché comprendono cosa sia la pace e cosa sia la vita, il che è una cosa positiva, ma non possono vivere in Iraq. Questa è una perdita per l’Iraq perché lo depriva del potenziale capace di ricostruire il Paese ed emergere da questa situazione. Queste persone non voglio tornare, finché non migliorano le condizioni di sicurezza.

Bisogna precisare che la violenza inflitta ai cristiani deriva da un gruppo specifico. Lei ha parlato, invece, anche dei musulmani moderati. Esistono storie di musulmani moderati che lavorano per salvaguardare la popolazione cristiana?

Kassab: Certamente. Esistono molte storie di musulmani moderati che proteggono i cristiani iracheni. Questo è vero soprattutto tra abitanti dello stesso quartiere. Sappiamo che in passato i cristiani e i musulmani vivevano fianco a fianco. Erano amici, si visitavano reciprocamente, avevano rapporti tra loro fatti di rispetto reciproco. Abbiamo molti casi di musulmani che hanno protetto i loro vicini cristiani dalle violenze dei fondamentalisti. Questo è un segno molto positivo di speranza in Iraq e spero che possa continuare ad esserci. Abbiamo bisogno di più persone che facciano così.

C’è motivo di speranza oggi in Iraq? Non lo so. Non sono sicuro che vi sia speranza per l’Iraq, a meno che la gente moderata no si farà avanti per contribuire all’unità fra tutti.

Perché la comunità internazionale tace su ciò che sta avvenendo in Iraq?

Kassab: Credo che i cristiani siano stati dimenticati dalla comunità internazionale e soprattutto dalle Chiese mondiali. C’è bisogno di maggiore informazione per la situazione dei cristiani. Noi facciamo del nostro meglio per fare in modo che la loro voce sia sentita e continueremo a farlo. Per questo chiediamo alla comunità internazionale e al Governo iracheno di dare protezione a queste persone e di consentire loro di sopravvivere nel loro Paese.

I cristiani si stanno spostando nella piana di Ninive e sembra esservi una spinta, o un’idea che circola, per la creazione di enclave cristiane in quei luoghi. Secondo lei sarebbe una buona soluzione?

Kassab: Sì e no. Sarebbe una buona idea per la nostra gente di potersi trasferire in un luogo sicuro, in una zona in cui poter – almeno per il momento – sopravvivere. Peraltro queste zone consento anche il reperimento di diversi beni si sussistenza. Sarebbero anche vicini ai curdi che, attualmente, hanno simpatia per tutte le minoranze religiose che soffrono in Iraq. Vorremmo che il Governo iracheno facesse lo stesso.

Ma al contempo c’è grande incomprensione, in quanto si pensa che se questo avvenisse, si creerebbe una concentrazione in un’unica zona con una loro maggiore vulnerabilità. Ma non è questo che noi intendiamo. Noi pensiamo ad un’area autoamministrata in cui la popolazione assicuri da sé la propria sicurezza. Queste zone consentirebbero anche un buon sviluppo economico e buone misure di sicurezza. Se ciò avvenisse, allora i cristiani potrebbero vivere ovunque in Iraq perché i loro diritti sarebbero riconosciuti.

Un’altra proposta che abbiamo avanzato alla comunità internazionale è la creazione di un Consiglio di sicurezza per le minoranze irachene, composto di rappresentanti delle minoranze religiose irachene, del Governo iracheno e delle Nazioni Unite o della comunità internazionale, con lo scopo di assicurare l’ordine e la protezione delle comunità religiose in Iraq. Questo sarebbe molto, molto importante. La situazione sta sfuggendo di mano. Mentre noi parliamo vediamo lo spostamento di casi di uccisioni e rapimenti da Mosul a Kirkuk. Da Kirkuk ora si sta levando una protesta: “che succede? Perché il Governo e la comunità internazionale non proteggono i cristiani? Dopo tutto è gente originaria dell’Iraq; è la popolazione ancestrale dell’Iraq e dovrebbe essere la prima ad avere il diritto di vivere in Iraq”.

Non torneranno finché non vedranno che si sono create certe condizioni in grado di garantire la loro sicurezza?

Kassab: Esattamente. E noi stiamo lavorando proprio perché siano attuate certe misure di sicurezza. Perché possano autogovernarsi e tutelare da soli la propria sicurezza. Ma la cosa più importante è che l’Iraq e la comunità internazionale forniscano le infrastrutture necessarie per una buona istruzione, per l’assistenza sanitaria, i trasporti e un ambiente favorevole all’attività economica, per far ritornare queste persone in Iraq. I cristiani iracheni sono molto tenaci. Se gli si danno queste condizioni, saranno in grado di ricostruire e di prosperare.

Noi cosa possiamo fare – lei e io?

Kassab: Noi dobbiamo informare. La nostra voce si deve diffondere. Deve essere ben pubblicizzata – come stiamo facendo adesso. E vorrei anche vedere le agenzie umanitarie in quest’area, per fornire un’assistenza umanitaria immediata a queste persone. Siamo chiamati a salvare la nostra gente, soprattutto i rifugiati. Stanno attraversando un momento terribile nei Paesi in cui hanno cercato asilo e che non sono in grado di sistemarli tutti; che non possono o non vogliono sistemarli perché vorrebbero che se ne tornassero nel loro Paese. Ma per fare questo dobbiamo spingere perché si creino le condizioni per un loro ritorno in Iraq. Queste sono le persone che potranno rimettere insieme l’Iraq. Sono il cuscinetto tra le parti in conflitto. È arrivato il momento di fare appello a una riconciliazione fra tutte le genti dell’Iraq perché si uniscano e non si frammentino. E quando questo avverrà anche i cristiani iracheni potranno certamente stare meglio.

Un’ultima domanda: cosa sarebbe l’Iraq senza i cristiani?

Kassab: Come ho detto, i cristiani sono parte integrante dell’Iraq. Sono l’élite. Sono i più istruiti in Iraq e hanno contribuito enormemente al Paese senza nulla in cambio e senza un’agenda politica. Quindi, l’Iraq senza i cristiani non sarà lo stesso Iraq che abbiamo conosciuto per secoli.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

 
Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org
 
Il testo completo si trova su:

http://www.zenit.org/article-27445?l=italian