Sara Lucaroni lunedì 24 febbraio 2020
Il 20enne del Sinjar, in carcere dal 2017, è condannato alla pena capitale per un omicidio che non ha commesso: un filmato tv dimostra la sua presenza a 300 chilometri dal luogo del delitto
Kaled Shamo Sarhan

Kaled Shamo Sarhan – Change.org

È in carcere dall’ottobre 2017, arrestato dalla polizia con l’accusa di aver ucciso un arabo curdo il 3 agosto precedente. Solo dopo un mese, appena ha potuto vedere i parenti, la madre gli ha comunicato perché fosse stato messo in prigione. Lo scorso 4 febbraio è stato condannato a morte per impiccagione secondo le leggi antiterrorismo dalla Corte di Tel Kaif, Mosul: una sentenza che potrebbe essere eseguita il prossimo 10 marzo.

Il caso di Kaled Shamo Sarhan, vent’anni, originario del villaggio di Siba Sheik Khidir, nel sud della regione di Sinjar e appartenente alla minoranza yazida massacrata dal Daesh in questi anni, sta sfilacciando i rapporti, già tesi, tra le comunità che nella Piana di Ninive tentano un ritorno allo spirito di convivenza precedente alla guerra.

Da giorni manifestazioni della comunità yazida riempiono i villaggi e l’area intorno al campo profughi di Qadia, nei pressi di Zakho, dove vive la famiglia di Kaled, sfollata con lui nel 2014 per fuggire a rapimenti e uccisioni. Chiedono il coinvolgimento della comunità internazionale perché «è stato condannato un innocente». Quel giorno Kaled, all’epoca minorenne, era al campo profughi ad assistere ad una cerimonia di commemorazione delle vittime del genocidio, circostanza avallata dalle riprese video di una tv, le testimonianze dei presenti e della stessa polizia del campo. I fatti contestati avvengono quello stesso giorno a 300 chilometri di distanza, nei pressi di Khanasor, villaggio sulla sommità del monte Sinjar, area nota per il contrabbando di uomini e armi.

Mentre stavano lasciando l’Iraq diretti in Siria, un attacco armato uccide Faris Nawaf Mohamed e colpisce Khadr Aziz Mohamed, che perderà la vista a seguito delle ferite, entrambi appartenenti alla tribù araba sunnita dei Gargari. Secondo le ricostruzioni, il sospetto è che i due stessero aiutando alcuni membri del Daesh ad attraversare il confine. La tribù ha indicato il nome del presunto omicida, «Khaled Shamo Alqerany di Bara», un «membro del Pkk alla guida del veicolo», accusando gli yazidi.

L’8 ottobre Kaled viene arrestato dalla polizia al campo profughi, anche se la descrizione fisica non corrisponde e neppure parte del cognome: Sarhan l’arrestato, Alqerany l’accusato. Secondo il padre, la polizia avrebbe con negligenza semplicemente inserito il nome su Facebook, e sostiene che il figlio non ha la patente e non ha mai militato in alcun gruppo armato. Sui social la comunità ha aperto una raccolta firme per chiederne il rilascio. «È stato portato in tribunale 20 volte, ogni volta l’udienza è stata sospesa per mancanza di prove. Il giudice che ha deciso sul caso è stato anche giudice sotto l’occupazione del Daesh e ha collaborato con loro», si legge sulla petizione. Nel documento si legge anche che «secondo la legge irachena non si può infliggere la pena di morte se l’età del sospettato durante l’atto criminale era sotto i 20 anni».

Il caso è arrivato al Parlamento Europeo. L’austriaca Bettina Vollath ha inviato una lettera all’ambasciatore iracheno sottoscritta da europarlamentari di Austria, Portogallo, Germania, Francia, Svezia, Spagna e Belgio. Punta il dito contro un processo in cui non sono state ammesse le prove della difesa e in cui la condanna è per terrorismo e non per omicidio: «La comunità yazida in Iraq e in diaspora è in subbuglio poiché i crimini del Daesh non sono sufficientemente perseguiti dalla magistratura irachena, mentre un membro della loro comunità sta affrontando un processo con pena capitale ingiusto».

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