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25 Giugno 2017

IRAQ – (25 Giugno 2017)

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Iraq. Il Kurdistan è libero dal Daesh ma non dalla paura del futuro


Sara Lucaroni, Douhk (Iraq) domenica 25 giugno 2017
 
Si avvicina la liberazione di Mosul. Le minoranze cristiane e yazide «temono» l’indipendenza della regione. E chiedono garanzie
 
Suleymaniyah è il capoluogo dell’omonimo governatorato, nel Kurdistan iracheno: la città conta circa 800mila abitanti e alla periferia ospita i campi profughi di Ashti  (foto Lucaroni)

Suleymaniyah è il capoluogo dell’omonimo governatorato, nel Kurdistan iracheno: la città conta circa 800mila abitanti e alla periferia ospita i campi profughi di Ashti (foto Lucaroni)

Ci si sono ritrovati a vivere insieme, come prima, cristiani, yazidi, turcomanni, shabak, tutte le minoranze: Avro City sono 20 edifici gialli tirati su nel 2007, una lottizzazione senza geometria alle porte di Douhk. Ismael, cristiano ortodosso, indica il suo palazzo e ne va fiero. È un triangolo coraggioso il governatorato di Dohuk: avamposto dei fuochi turchi, dei gorgoglii dell’Iran, delle fluttuazioni di Baghdad, della Siria sconvolta e denudata. Il futuro della regione autonoma del Kurdistan, che il 25 settembre voterà per l’indipendenza, si gioca anche sulle minoranze, non solo sull’orgoglio della “curdità”.

Dall’estate 2014, le province hanno accolto tra i loro 4 milioni di abitanti due milioni di sfollati da Ninive, Mosul e Sinjar. Ora Daesh è un serpente che dai sobborghi di Kirkuk arriva a Baaij, ha la spina dorsale rotta ma morde e uccide. I peshmerga del presidente Masoud Barzani e l’esercito iracheno presidiano e avanzano, le varie milizie fanno gli interessi dei loro ispiratori. Il fronte è ora nord-ovest, oltre Mosul che in questi giorni sta per essere totalmente liberata, compresa la citta vecchia dove il Daesh è asserragliato. È già il dopo Daesh. Ismael ha 60 anni, vive con moglie, figlio, nuora, nipoti, tutti sfollati di Sinjar. Ha messo in piedi un ristorante: «Noi siamo stati fortunati ma non dimenticherò quel che abbiamo lasciato». Dal secondo piano in cui vive Ismael, scende Myriam. Suo marito è morto poco tempo fa per un incidente. Piange. Lei il futuro non lo vede. «Se sarà chiaro quale autorità governerà sulle nostre vecchie case, le minoranze non avranno problemi a convivere come prima», spiega Ismael. Nello stesso istante a Erbil il patriarca Louis Raphaël I Sako presiede l’incontro dei vescovi caldei sull’appello all’unità della componente cristiana di fronte alle scelte politiche e nel dialogo con le istituzioni. Istituzioni che per i cristiani assiri del partito Abnaa al Nahrain, i “Figli della Mesopotamia”, spezzano col referendum i tempi (e i fili) con Baghdad e la comunità internazionale: prima tornino a casa gli sfollati. È il pensiero di molti. Poco più di sei mesi fa l’esercito iracheno e quello dei peshmerga liberavano Bartella, Qaraqosh, Bashiqa, Batnaya, Baqofa, Karamlis, Telkeif, Teleskoff e si facevano fotografare mentre rimettevano le croci sui tetti delle chiese.

Gli altari sono vivi, si lavora col cuore, i simboli sono tornati prima delle 12mila famiglie sfollate e dei 200 milioni di dollari che servirebbero alla ricostruzione. Qualcuno, grazie a Ong e reti solidali, è tornato o si prepara a tornare. Ma la Piana, che non è Kurdistan e neppure più Iraq, è senza controllo e l’identità della minoranza è stata il primo fattore del de- stino scelto per ognuna da Daesh: va ricostruita la fiducia, appianati i presunti tradimenti.

«Siamo confinanti e abbiamo avuto un destino simile con i cristiani, ora dovremmo avere il controllo diretto delle nostre provincie, Ninive e Shin- gal, come prevede l’art. 140 della Costituzione » spiega il principe Breen Thasen, con il padre guida politica della comunità yazida. Niente è facile: i 30mila a Sinjar denunciano tentativi di «curdizzazione», e il restante è sfollato Turchia, in Siria, in Grecia, in Germania, in Canada. Il riconoscimento del genocidio da parte della comunità internazionale aprirebbe alla creazione di un’area autogestita e sotto protettorato.

Mentre Breen snocciola le cifre sugli orfani (sono 2.700) da un hotel di lusso ad Erbil, la disperazione del premio Sacharov, Nadia Murad, che per la prima volta entra nella casa a Kojo dove fu rapita, fa il giro del mondo. Poche ore e via di nuovo in Europa. È tra gli ultimi villaggi liberati il suo, mentre a Sinjar città, presidio di retrovia sul Daesh in fuga, le poche famiglie rientrate fanno i conti con l’assenza di servizi e le bombe artigianali. Sulla montagna, la vivacità delle attività commerciali di Sinuni, lungo la strada principale, naufraga sulle case povere dei pastori. Resiste anche il grande campo dentro la valle più alta, dove tra le 10mila famiglie, qualcuno ha dismesso la tenda per costruirsi la casa.

Ci sono divisioni. Anche le zone sono divise tra i gruppi combattenti curdi in lotta, come i Pkk-Ypg e i peshmerga siriani Rojava. Ora anche la milizia sciita di Hashd al-Shaabi recluta gli yazidi. «È la terza forza di terra nella liberazione di Ninive e Mosul, e poche settimane fa era entrata nei villaggi a sud-est, Kojo compreso» spiega il principe, ricordando come l’accoglienza degli sfollati non cancelli l’idea che si sia consumato un tradimento sulla pelle della sua comunità.

«Daesh ha ucciso oltre 1.400 shabak», dice uno dei capi della comunità che contava a Ninive 60mila persone, suddivisi tra sunniti e sciiti. Il 35 per cento di Bartella era shabak, ma è nata una diffidenza sul loro presunto appoggio alle truppe paramilitari sciite arrivate dopo la liberazione. «La nostra sorte viene ignorata, dai tempi di Saddam Hussein. Noi vivremo con tutti se il governo centrale assumerà il controllo della zona» incalza, accomunando la necessità di un sostegno più corposo a quelle di un’altra minoranza, i Kakai. Curdi, templi distrutti, 250mila persone in Iraq, la necessità di un riconoscimento religioso effettivo. A Beshir, tutta macerie, 700 turcomanni sciiti sono stati massacrati dai jihadisti, e nella vicina Amerli in migliaia furono assediati. Le ragazze, come quelle yazide, vendute. Kirkuk, di cui si discute l’annessione alla regione autonoma del Kurdistan alla luce del referendum, è la loro capitale. «Non abbiamo problemi di convivenza, ci hanno difesi e ci hanno ascoltato. Ora vorremmo avere più peso nelle decisioni politiche» argomenta chiusa nel suo ufficio al Parlamento curdo Duna Nani Kahveci, vice presidente del Turkman Reform Party. Nella vicina Suleymaniyah, dai campi di Ashti 1 e Ashti 2 non si vede l’immensa vela di vetro dell’hotel Grand Millennium, ma il via vai della statale verso l’Iran. Le minoranze sono divise in settori, in 10mila vivono secondo geometria: yazidi, sunniti, cristiani, sciiti e le regole formali del vicinato.

Lo sa il patriarca Nicodemus Daoud Matti Sharaf, vescovo metropolitano della chiesa siriano ortodossa, che si infervora: «Qui si parla l’aramaico, la lingua di Cristo, le radici di ogni comunità vanno protette ad ogni costo – afferma –. Se la legge ci proteggerà sarà possibile vivere con chiunque come sempre: musulmani, yazidi, tutti. Della sicurezza si occupino Onu, Europa, Usa, le potenze vicine. Servono garanzie. Servono radici robuste».

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