Museo Mayer di arte islamica di Gerusalemme

Sembrerebbe definitivamente tramontata la vendita all’asta di oltre 250 esemplari della collezione del Museo Mayer di arte islamica di Gerusalemme. La vicenda aveva destato notevole clamore mediatico e spinto ad intervenire anche il presidente di Israele, Reuven Rivlin, la cui voce si era aggiunta a quelle del ministero Beni culturali e sport, della Sovrintendenza archeologica di Israele e dell’Icom, l’International Council of Museums, vale a dire la principale organizzazione internazionale che rappresenta i musei. A confermare la notizia al Sir è Giulia Roccabella, curatrice della collezione archeologica del periodo islamico e crociato presso la Sovrintendenza archeologica israeliana e tra le principali oppositrici alla vendita. Secondo il direttore del museo, Nadim Sheiban, senza la vendita degli oggetti il museo avrebbe corso il rischio di chiusura definitiva. Fra gli oggetti in vendita anche un elmetto turco del XV secolo, simile ad un turbante; una delicata sfera ornamentale turca di ceramica del 1480; un raffinato piatto di ceramica di Samarcanda di mille anni fa, nonché tappeti, armi antiche e pagine di Corano. “Il museo – spiega Roccabella – è stato fondato da Vera Bryce Salomons negli anni ’60, con lo scopo di mostrare la cultura islamica e araba e di tessere in tal modo relazioni tra palestinesi ed ebrei a Gerusalemme. Un museo, quindi, molto importante per la sua opera di costruzione della coesistenza e della convivenza reciproca”. Da qui l’importanza di “non depauperarne il patrimonio. Il museo, infatti, pur essendo una collezione privata è riconosciuto anche come struttura pubblica e come tale riceve dei fondi. Pertanto non si può pensare ad una vendita senza una previa consultazione con chi sostiene l’istituzione con soldi pubblici”. L’idea della Direzione di vendere all’asta pezzi pregiati del museo risale a due anni fa ma, dichiara Roccabella, “la pandemia da Covid è stata usata come pretesto per accelerare la vendita facendo credere che il museo sia stato messo in ginocchio dal virus”. Da qui è partita una campagna contro la decisione della direzione del Museo che, racconta l’archeologa “ha coinvolto in primis il ministero Beni culturali e sport, la Sovrintendenza archeologica di Israele e l’associazione dei musei, Icom e tanta opinione pubblica. La vendita avrebbe rappresentato un impoverimento non solo materiale del museo ma anche morale. Il museo rappresenta una pietra miliare di una cultura israeliana che non vuole cancellare la storia palestinese, non la usa, cerca anzi di costruire qualcosa di inclusivo”. Non solo la campagna è servita a bloccare la vendita all’asta ma, aggiunge Roccabella, “ha suscitato un risveglio culturale inatteso. In un momento come questo anche un museo può interessare alla gente, e ciò è indice di un atteggiamento culturale aperto. La cosa acquista maggior rilievo nel momento in cui parliamo di cultura araba. Israele spesso viene descritto come fautore della distruzione della cultura araba e palestinese. Abbiamo invece dimostrato che questa fa parte della cultura di Israele e della nostra vita quotidiana. È una risposta contro la deriva anche culturale cui la pandemia ci sta portando tutti. Scampato pericolo ma teniamo alta la guardia”.​