Paolo M. Alfieri lunedì 26 febbraio 2018
La decisione dei capi delle Chiese cristiane contro le misure fiscali previste dal Comune e contro l’espropriazione delle proprietà ecclesiali
La Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme (Foto dell'archivio Ansa / Francesco Gerace)

La Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme (Foto dell’archivio Ansa / Francesco Gerace)

È rimasta chiusa ai fedeli anche oggi la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Continua così la protesta annunciata ieri dai capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme contro le tasse previste dal sindaco della città, Nir Barkat, e contro la proposta di legge – ora bloccata dal comitato interministeriale del governo – sugli espropri delle proprietà delle Chiese stesse. Al momento – come hanno spiegato ieri il Patriarca greco-ortodosso Teofilo III, quello armeno Nourhan Manougian e il Custode di Terra Santa Francesco Patton – non si sa quando e come riaprirà il luogo santo.

Le Chiese parlano di “campagna sistematica di abusi contro le Chiese e i Cristiani” e di disposizioni che mirano a ridurre la presenza cristiana a Gerusalemme. Al centro della controversia, spiegano i media israeliani, vi è l’intenzione della municipalità di Gerusalemme di congelare beni ecclesiastici per ottenere il pagamento di tasse anche sulle proprietà delle Chiese cristiane diverse dai luoghi di culto. Inoltre i cristiani sono preoccupati per una legge in discussione al Parlamento israeliano che permetterà allo Stato di espropriare proprietà vendute dalle Chiese cattolica e greco-ortodossa a partire dal 2010. Tutto questo è materia che è legata alla discussione in corso sulla personalità giuridica delle istituzioni ecclesiastiche in Israele. Ci si domanda, peraltro, come l’iniziativa locale di un sindaco possa scavalcare queste trattative.

“Noi, capi delle chiese responsabili del Santo Sepolcro e dello status quo che governa i vari luoghi santi a Gerusalemme – ha spiegato il Patriarca greco-ortodosso Teofilo III – seguiamo con grande preoccupazione” la campagna “in flagrante violazione dello stesso status quo”. Poi ha attaccato l’emissione da parte del Comune “di una serie di scandalosi avvisi e ordini di sequestro delle proprietà delle Chiese e dei conti bancari per presunti debiti per punitive tasse municipali”. Un totale, secondo il comune, di 650 milioni di shekel (quasi 155 milioni di euro) a Gerusalemme.

Teofilo III ha quindi attaccato “la legge razzista e discriminatoria” che confischerebbe terreni delle chiese. Tutto questo, ha ammonito tuttavia il Patriarca greco ortodosso, “ci riporta alla mente leggi di simile natura che furono emesse contro gli ebrei durante periodi oscuri in Europa”. La Basilica del Santo Sepolcro, costruita sul luogo che la tradizione indica come quello della crocifissione, sepoltura e resurrezione di Cristo, è custodita dalla chiesa cattolica, greco-ortodossa e armena.

L’agenzia Sir ha ricordato che già il 14 febbraio scorso, i 13 Patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme avevano diffuso una dichiarazione in cui affermavano che la misura voluta dal sindaco della Città Santa “è contraria alla posizione storica tra le Chiese all’interno di Gerusalemme e le autorità civili che hanno sempre riconosciuto e rispettato il grande contributo delle Chiese cristiane, che investono miliardi nella costruzione di scuole, ospedali e case, molte per anziani e svantaggiati, in Terra Santa”. Da qui la richiesta al Comune di “ritirare la decisione e di assicurare che lo status quo sancito dalla storia sacra sia mantenuto, e il carattere della Città Santa di Gerusalemme non sia violato. Siamo fermi e uniti nella nostra posizione per difendere la nostra presenza e proprietà”.

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