“La lunga durata del conflitto israelo-palestinese dovrebbe aver piegato la volontà e le velleità di chi si ostina (stupidamente) a propugnare la soluzione delle armi. Avrebbero dovuto tutti comprendere, da tempo, che la storia ha bocciato quella prospettiva! E se mai fosse vero che i muri alzati tra i due popoli garantiscono la sicurezza di Israele, sicuramente rinchiudono anche gli stessi che li hanno costruiti. Tutto questo fornisce eco alle parole dell’odio”. È quanto scrive don Tonio Dall’Olio, presidente di Pro Civitate Christiana, in un articolo dal titolo “Dalla tregua alla pace”, pubblicato sul numero di luglio di Vita pastorale. Richiamando la recente escalation di violenza nella Striscia di Gaza, tra Israele e miliziani palestinesi, culminata, dopo 11 giorni di bombardamenti, in una “fragilissima” tregua tra le due parti, Dall’Olio avverte che “questo è il tempo in cui, segretamente, c’è chi si sta riarmando per rifornire gli arsenali con razzi o con armi sofisticatissime. Solo una comunità internazionale consapevole e determinata potrebbe intervenire, ma dev’essere disposta a superare i tabù che si porta dentro dopo il secondo conflitto mondiale, far valere le risoluzioni che le Nazioni Unite hanno prodotto negli ultimi vent’anni e costringere le due parti a fare i conti attorno a un tavolo”. Punto di partenza, per il sacerdote, “non può che essere quello del mutuo riconoscimento: due popoli e due Stati. Senza queste condizioni, ogni pace è soltanto una tregua che prepara il conflitto successivo”. I cristiani di Terra Santa, a riguardo, sono chiamati a “giocare un ruolo terzo per promuovere qualche forma di reciproco rispetto e possono costituire un’àncora per tenere a galla quella barca senza spingerla alla deriva”, mentre le comunità cristiane sparse nel mondo “dovrebbero lasciar crescere questa attenzione, farne oggetto di pastorale e cammini catechetici. I pastori delle Chiese locali dovrebbero impegnare le loro parole autorevoli in questa direzione”.  La stessa percorsa da “esperienze come quella di Neve Shalom-Wahat al-Salam e dei Parent’s Circle” che, secondo il sacerdote, “non possono essere lasciate sole. Non sono poi così rari, ma sono preziosi i laboratori di convivenza, di riconoscimento dell’umanità che prevale sulle appartenenze, di identità aperte e di accoglienza. L’oasi di pace Neve Shalom-Wahat al-Salam è la dimostrazione che persone di fedi diverse possono convivere. Semmai, dovremmo accompagnarli e sostenerli, invitandoli in Italia, per testimoniare quella sfida, e per farci innamorare di quel frammento di umanità che ha sete di pace”.