Giorgio Ferrari mercoledì 29 gennaio 2020
Un piano di pace può servire a molteplici scopi. A mettere d’accordo due o più litiganti, per esempio. O anche a aumentare il proprio appeal in vista delle elezioni
Trump e Netanyahu

Trump e Netanyahu – Reuters

«È un piano molto vasto, un suggerimento a israeliani e palestinesi, il migliore che abbiano mai avuto. Abbiamo il sostegno del primo ministro e degli altri partiti, e penso che alla fine avremo anche il sostegno dei palestinesi». Un piano di pace può servire a molteplici scopi. A mettere d’accordo due o più litiganti, per esempio. O anche a aumentare il proprio appeal in vista delle elezioni e gettare in ombra i lati meno presentabili di un leader. E per Donald Trump e Benjamin Netanyahu quel Middle East Plan che la Casa Bianca offre da oggi ai grandi litiganti ben sapendo che una densa nube di scetticismo aleggia maestosa sopra di esso servirà anche a quello. Già, perché il piano non è nuovo, come non lo è il ping pong fra Israele e l’Autorità nazionale palestinese.

Sette mesi fa ad una conferenza a Manama nel Bahrain il genero di Trump Jared Kushner ne aveva illustrato la parte economica intitolata Peace & Prosperity, consistente in un pacchetto di investimenti da 50 miliardi di dollari per 179 fra infrastrutture e progetti di sviluppo a Gaza e nella valle del Giordano. Ipotesi subito rigettata da Abu Mazen («Non siamo in vendita») e ovviamente dall’Olp e da Hamas («Ci batteremo fino alla morte per riprenderci ciò che è nostro»). Ora però è venuta alla luce la parte politica, quella che Trump stesso ha già definito «L’accordo del secolo». E qui cominciano le note dolenti. Perché in buona sostanza oltre alla demilitarizzazione di Gaza, al disarmo di Hamas, al riconoscimento di Israele come Stato ebraico con Gerusalemme capitale (ma come farà ad essere indivisa e insieme capitale di due Stati?) e sovranità sulle tombe dei patriarchi, il piano convaliderebbe gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e sbarrerebbe la strada sia alla costituzione di una forza armata palestinese sia alla possibilità da parte del futuro Stato di negoziare accordi internazionali.

Funzionerà? Non giriamoci troppo attorno: i giornali liberal bollano da tempo il piano di Trump come una «weapon of mass distraction», un’arma di distrazione di massa che serve a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle presunte malefatte del presidente americano sotto impeachment e dalle accuse di corruzione che pendono sul capo di Netanyahu. Ma lo stesso “Haaretz”, quotidiano progressista israeliano, mette in guardia il suo pubblico: «L’accordo del secolo – scrive – è stato accuratamente preparato perché i palestinesi lo respingano». E un primo effetto per Trump lo ha già ottenuto: è riuscito a riconciliare le tre anime palestinesi, Hamas, Fatah e Jihad, che fino a ieri sera non si parlavano.

La memoria fatalmente corre a quel mancato accordo di Camp David del 2000, nel quale Bill Clinton tentò invano di convincere Ehud Barak e Yasser Arafat a firmare. Nondimeno allo spericolato giocatore di poker della Casa Bianca va riconosciuta l’audacia di aver presentato un vero e articolato piano di pace per risolvere l’eterno conflitto israelopalestinese. Che poi sarà davvero l’accordo del secolo o uno dei tanti tonitruanti proclami cui Trump ci ha oramai abituati fin dal suo primo insediarsi nello Studio Ovale, lo sapremo fra breve. Assediati dalle inchieste parlamentari (ieri Netanyahu ha rinunciato alla richiesta di immunità prima che la Knesset gliela bocciasse ed è stato ufficialmente incriminato per corruzione, frode e abuso d’ufficio; Trump deve fronteggiare davanti al Senato le accuse dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton) il presidente americano e il premier israeliano si sorreggono massmediaticamente a vicenda e in fondo si somigliano. Due vite parallele, come quelle degli uomini illustri scritte da Plutarco. Che qualcosa in comune, vizi o virtù che fossero, avevano sempre.

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