Redazione Internet giovedì 10 dicembre 2020
Gli inquirenti italiani che hanno chiuso oggi l’inchiesta, accusando quattro 007 egiziani del sequestro del giovane e uno di loro delle torture e dell’omicidio
Giulio Regeni

Giulio Regeni – Ansa

 

La morte di Giulio Regeni non fu conseguenza delle torture ma fu un atto volontario e autonomo. Ne sono convinti gli inquirenti italiani che hanno chiuso oggi l’inchiesta sulla morte del giovane ricercatore, accusando quattro 007 egiziani del sequestro e uno di loro delle torture e dell’omicidio. Il tutto in concorso con altre persone rimaste ignote.

Nell’atto di chiusura dell’indagine si legge che il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, “al fine di occultare la commissione dei delitti suindicati, abusando dei suoi poteri di pubblico ufficiale egiziano, con sevizie e crudeltà, mediante una violenta azione contusiva, esercitata sui vari distretti corporei cranico-cervico-dorsali, cagionava imponenti lesioni di natura traumatica a Giulio Regeni da cui conseguiva una insufficienza respiratoria acuta di tipo centrale che lo portava a morte”.

Giulio Regeni venne rapito la sera del 25 gennaio 2016: il suo corpo martoriato fu trovato nove giorni dopo, lungo la strada che collega Alessandria a Il Cairo. Nelle prime settimane dopo il ritrovamento del corpo, tante false piste si susseguirono e chi indaga in Italia è convinto che il giovane sia stato torturato e ucciso dopo esser stato segnalato come spia alla National Security, dal sindacalista degli ambulanti, Mohammed Abdallah, con il quale era entrato in contatto per i suoi studi.

Abdallah chiedeva a Giulio di poter usare a fini personali, in modo illegale, una borsa di studio che il giovane, grazie a una fondazione britannica, voleva far arrivare al sindacato. La richiesta di Abdallah e la risposta di Giulio vennero immortalate in un video, girato dal sindacalista nel dicembre del 2015 con una telecamera nascosta, probabilmente su richiesta della polizia.

Secondo chi indaga, sarebbe stato proprio il rifiuto di dare illegalmente quei soldi a segnare il destino di Giulio: forse, quando Abdallah capì che non avrebbe ricevuto per sé almeno una parte delle diecimila sterline in ballo, decise di denunciarlo per accreditarsi con la National Security come un informatore adeguato, e segnò la tragica fine del ragazzo.

Ai quattro 007 egiziani coinvolti nel sequestro e nell’omicidio di Regeni viene contestato il sequestro di persona in concorso tra loro e con altri soggetti non identificati. Scrivono i magistrati nell’atto di chiusura dell’indagine che “a seguito della denuncia presentata, negli uffici della National security, da Mohamed Abdallah, rappresentante del sindacato indipendente dei venditori ambulanti del Cairo, gli indagati dopo aver osservato e controllato direttamente ed indirettamente, dall’autunno 2015 alla sera del 25 gennaio 2016, Giulio Regeni abusando delle loro qualità di pubblici ufficiali egiziani, lo bloccavano all’interno della metropolitana del Cairo e, dopo averlo condotto contro la sua volontà e al di fuori di ogni attività istituzionale, prima presso il commissariato di Dokki e successivamente presso un edificio a Lazougly, lo privavano della libertà personale per nove giorni”.

L’indagine è stata chiusa oggi dal procuratore di Roma Michele Prestipino e dal pm Sergio Colaiocco. Anche il reato di lesioni gravissime e omicidio è stato compiuto per chi indaga da diverse persone, ma l’unico che risponde di tale accusa è Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, che risponde delle accuse in concorso con ignoti.

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