Luca Geronico giovedì 2 aprile 2020
Gli islamisti somali attaccarono un campus universitario in Kenya e massacrarono 148 persone, in gran parte studenti cristiani
Parenti pregano sulle sepolture delle vittime della strage di Garissa

Parenti pregano sulle sepolture delle vittime della strage di Garissa – Religion News Service / Fredrick Nzwili

 

Sono passati cinque anni esatti da quell’alba che a Garissa, in Kenya, al campus universitario, nessuno può dimenticare. Erano le 5 e trenta del 2 aprile 2015 quando un commando di al-Shabaab, i guerriglieri islamisti di origine somala, entrò nell’Università di Garissa per compiere una “spedizione punitiva”. Sarà una strage, con pochi eguali nella storia contemporanea.

Subito un lancio di bombe, per annientare il servizio di sorveglianza all’ingresso dell’istituto universitario: uccise le due guardie. Era solo l’inizio. Mentre albeggiava, i terroristi armati all’inverosimile, violarono l’ingresso del dormitorio degli studenti. Urla sguaiate di terrore, spari e minacce di morte furono la sveglia fra le camerate ancora nel sonno.

Quel giorno, Giovedì santo per i numerosi cristiani al campus, la richiesta dei boia di al-Shabaab fu tremenda e irridente: chi sapeva recitare la Shahada, la professione di fede islamica, o almeno una sura del Corano era salvo. Chi non sapeva farlo o si professava cristiano, veniva ucciso con un colpo sparato a bruciapelo. Una carneficina, con molti corpi, poi ricomposti negli obitori di Garissa o Nairobi, sfigurati da pugnalate. La caccia all’uomo proseguì per ore: studentesse rifugiatesi in un armadio chiamarono o messaggiarono a casa, fin verso le 13, prima di essere scoperte e pure loro uccise. Fra i sopravvissuti vi fu chi parlò apertamente ai cronisti di torture.

Una giornata di sangue, lasciato a chiazze sui pavimenti dell’università nei giorni a seguire, con l’intervento della polizia che solo a sera riuscì a neutralizzare il commando: i 4 boia di al-Shabaab furono tutti uccisi verso le 21 e trenta. Quando la polizia si reimpossessò del campus, fu subito polemica per la lentezza dell’azione di repressione. Il governo fu sotto accusa per aver trascurato il problema della sicurezza all’università.

Garissa era stata completamente militarizzata, dopo essere stata colpita nel 2013 da due attentati mortali. Ma il campus era protetto da due sole guardie, le prime ad essere uccise.

Secondo fonti investigative, lo stratega dell’operazione sarebbe un ex docente dell’università e l’attacco una ritorsione contro il governo keniota, impegnato in Somalia contro i fondamentalisti.

Ma oggi, prima di tutto, quelle 148 vittime chiedono al mondo di essere ricordate. Si chiamò #147notjustanumber e #theyhaveanames la campagna sui social che cercò di dare un volto a queste vittime e non lasciare sole nel dolore le loro famiglie. Ora, a fianco dell’università ritornata un anno dopo in attività, è stata costruita una chiesa e una scuola per bambini. E’ solo il primo dei frutti dei 148 martiri di Garissa.

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