Lucia Capuzzi sabato 24 febbraio 2018
La passerella sospesa sul fiume Ibar unisce la Mitrovica serba da quella albanese; i militari italiani della Kosovo Force l’hanno risistemata: un simbolo di un futuro possibile
Dieci anni di indipendenza, il Kosovo riparte da un ponte

La metafora dei primi dieci anni della Repubblica indipendente del Kosovo è il ponte sospeso sul fiume Ibar che divide la Mitrovica albanese da quella serba. A lungo, la struttura è rimasta impraticabile per il cattivo stato della pavimentazione. Poi, i militari italiani della Kosovo Force l’hanno risistemata. E la passerella ha potuto riprendere a funzionare. “Ero lì quando c’è stata l’inaugurazione – racconta Paola Severini Melograni, direttore di AngeliPress -. È stato emozionante perché quel ponte esprime il senso di questi dieci anni”.

Dieci anni in cui la piccola nazione balcanica ha chiuso la cruenta pagina del conflitto e, ora, prova a guardare al futuro. Con il sostegno proprio dell’Italia. “Siamo noi, con la nostra importante presenza militare e civile di ampi settori della cooperazione, il punto di riferimento per il presente e il futuro del Kosovo”, sottolinea la giornalista, appena rientrata dal Paese dove è stata per girare un documentario dal titolo “Miss Sarajevo”, diretto dal regista Federico Rizzo.

Da cinque anni, la Kosovo Force – che include trentuno nazioni -, è sotto il comando di un italiano, prima il generale Giovanni Fungo, ora del successore Salvatore Cuoci. “I nostri militari stanno facendo uno straordinario lavoro di accompagnamento al processo di riconciliazione in atto. A questo si aggiunge l’impegno di tantissimi volontari che fanno scuola al nascente sistema di Welfare statale”.

Un esempio, in tal senso, è la casa famiglia di Massimo Mazzali a Leskoc, un laboratorio di convivenza per bimbi e ragazzi di diversi fedi e comunità. Dove, spesso, i funzionari pubblici si recano in “visita di formazione”. “Il Kosovo sta imparando ciò che loro definiscono “zayednik zivot”, il “vivere insieme” – conclude Severini Melograni -. Può, dunque, innescare un circolo virtuoso di convivenza e dialogo in tutto il resto del Balcani”.

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