Federica Zoja giovedì 2 aprile 2020
La pandemia e i diritti umani in Nordafrica e in Medio oriente: molti i governi che utilizzano l’esercito in modo “improprio”
Con la mascherina in riva al Nilo al Cairo, Egitto

Con la mascherina in riva al Nilo al Cairo, Egitto – Reuters

Coronavirus e violazione dei diritti umani, due morbi che oggi vanno sotto braccio in Nordafrica e Medio Oriente, dove traggono forza l’uno dall’altra a discapito di milioni di cittadini: così, infatti, regimi traballanti si avvinghiano mani e piedi ad una opportunità di sopravvivenza offerta loro dal Covid-19. In Algeria, la dissidenza politica è bersaglio di una rappresaglia tanto determinata quanto seppellita dai bollettini del contagio: dopo oltre un anno di proteste popolari contro il sistema costituito, il virus è riuscito là dove neanche la repressione militare era ancora arrivata, cioè a bloccare del tutto le manifestazioni. In parallelo, però, i processi contro gli oppositori del regime (ai vertici del quale il presidente Abdelaziz Bouteflika è stato sostituito da Abdelmajid Tebboune, e il capo delle Forze armate Ahmed Saied Saleh dal generale Said Chengriha, ndr) continuano a pieno ritmo. Karim Tabbou, figura di punta del movimento contestatore Hirak, è stato condannato in appello a un anno di prigione, dopo un primo grado più leggero: lo sconforto, fra i suoi sostenitori, è grande. Khaled Drareni, giornalista fondatore di CasbahTribune, difensore della libertà di informazione, è in detenzione preventiva in attesa della prima udienza del suo processo. Così anche gli attivisti Samir Belarbi e Slimane Hamitouche. L’accusa è sempre attentato all’unità nazionale e incitazione ad assembramento non armato. In Marocco, intanto, l’esercito presidia le strade per far rispettare lo “stato d’emergenza sanitaria” e si attira le critiche feroci di parte dell’opinione pubblica per i metodi con cui vengono trattati i trasgressori: video di agenti e soldati che infieriscono su cittadini fuori legge – e pure senza dimora – stanno inondando la rete. Il biasimo, però, non è unanime: c’è anche chi si riscopre sostenitore dello Stato-padrone e legittima qualsiasi intervento, poiché teso ad arginare la pandemia. Contro le fake news, intanto, Rabat ha approvato, senza dibattito alcuno, una normativa che giaceva da tempo nel cassetto e che circoscrive le prerogative dei social. In Libano, come denunciano i media nazionali, il movimento di contestazione è la vittima collaterale del virus: emblematico lo smantellamento, misura anti-coronavirus, degli accampamenti allestiti per settimane nel centro di Beirut. In Egitto, la dittatura è stata prima impegnata a negare la presenza serpeggiante della malattia (fino all’espulsione di una giornalista del Guardian, colpevole di aver riferito bilanci diversi da quelli ufficiali), poi a far rispettare – e digerire – misure ancora più lesive delle libertà fondamentali rispetto al solito. Amnesty ha chiesto al Cairo di liberare i detenuti per reati di opinione, ma dei 60mila prigionieri politici stimati, meno di venti sono quelli rilasciati: le condizioni igienico-sanitarie delle carceri egiziane potrebbero rivelarsi drammaticamente favorevoli alla proliferazione del virus. Con il, probabile, placet del regime. Anche le prigioni tunisine non brillano per salubrità, ma il Paese si conferma l’unica democrazia della sponda Sud del Mediterraneo: accogliendo l’appello di sindacati, associazioni e ong, il presidente Kais Said ha disposto la liberazione di 1420 prigionieri. Le maggiori Ong internazionali invocano il rilascio degli attivisti per la difesa dei diritti umani anche in Bahrein, negli Emirati, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Qatar e si mostrano scettiche sulle buone intenzioni delle Forze armate pure in Giordania: nelle strade di Amman, si moltiplicano gli arresti di cittadini pizzicati lontano dal proprio domicilio, in pieno coprifuoco. Complice una peste moderna che sta mettendo la parola fine su di un decennio di libertà faticosamente conquistate, anche con il sangue.

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