foto SIR/Marco Calvarese

(da Beirut) C’è calma apparente nella Valle della Bekaa, incastrata tra il Monte Libano a Occidente e la catena dell’Anti-Libano a Oriente, le cui alture ne rappresentano il poroso confine con la Siria dove dal 2011 si combatte una sanguinosa guerra civile. Per quanto disti solo poche decine di chilometri dalla capitale Beirut, la valle sembra lontana anche dalle tensioni interne, dopo le dimissioni del premier Saad Hariri, poi sospese per permettere un dialogo tra i partiti politici. Lunga 120 e larga circa 16 chilometri, la Bekaa è una regione agricola trasformata in un centro di produzione della cannabis dagli anni della guerra civile libanese (1975-1990). Produzione che continua ancora oggi garantendo facili guadagni agli agricoltori locali e un reddito milionario ai clan e alle milizie che controllano il territorio.

Oggi nella valle della Bekaa, in particolar modo la zona di Baalbek, si producono le due migliori qualità di canapa indiana: il libanese giallo e quello rosso. E poco importa se la coltivazione sia illegale dal 1929 e se negli anni ‘90 il governo ha avviato un piano di eradicazione delle coltivazioni che non ha portato, però, i risultati sperati. I contadini, infatti, non hanno mai ricevuto gli aiuti promessi in cambio della riconversione delle piantagioni di hashish. Alla fine della guerra civile, nel 1990, l’Onu aveva calcolato in circa 30.000, un terzo della terra disponibile, gli ettari coltivati a cannabis. Si stima che il 4% dell’hashish mondiale sia di provenienza libanese.