Camille Eid giovedì 3 settembre 2020
Chiamati a osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime cadute un mese fa, i libanesi si interrogano con apprensione sul futuro del loro Paese
La via della neutralità per «salvare» il Paese

Ansa

 

Chiamati domani a osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime cadute un mese fa, i libanesi si interrogano con apprensione sul futuro del loro Paese. Nella sua storia recente, iniziata esattamente cent’anni fa, raramente il Libano ha conosciuto un periodo tanto oscuro da minacciarlo nella sua stessa esistenza. Il Paese dei cedri sembra, infatti, essere trascinato suo malgrado in una fitta trama di interessi regionali e internazionali in grado di esplodere a ogni momento, e che esulano dalla mera dimensione interna. Il groviglio di interessi parte da Riad e Teheran poi, passando per Ankara e Mosca, si intreccia tra Parigi e Washington. Dai recenti sviluppi sulla scena regionale risulta evidente che è in gioco il ridisegno – a un secolo esatto dal Trattato di Sèvres e dall’implementazione dell’Accordo segreto di SykesPicot di spartizione – dell’intero Medio Oriente.

O quantomeno una ridefinizione delle rispettive sfere di influenza in tutto il Mediterraneo orientale, specie dopo la scoperta di importanti giacimenti di gas nel mare. Tra il «piano Trump», che ha segnato una nuova breccia nel muro della ostilità tra Paesi arabi e Israele, il «piano Rohani» e il sogno egemonico neoottomano di Erdogan, il Libano non è in grado di scongiurare il peggio da solo. E ciò, evidentemente, anche per colpa di una classe politica estremamente corrotta che ha guardato più ai propri interessi che a quelli nazionali. Nelle numerose brecce politiche venutesi a creare con le esplosioni al porto si sono così inseriti tutti i possibili protagonisti. All’indagine in corso sulla tragedia collaborano oggi investigatori del Fbi e dei servizi francesi, mentre sul fronte umanitario si sono mossi un po’ tutti. La prima potenza a impegnarsi con un certo rigore è stata comunque la Francia, che vede – non senza ragione – nel Libano il suo ultimo baluardo nella zona.

Ma i libanesi che hanno salutato le due significative visite del presidente francese nel loro Paese, nelle quali Macron ha offerto un modo inusuale di rapportarsi con la popolazione, hanno anche scoperto che la Francia possiede una propria agenda politica. Molti hanno visto nella designazione improvvisa di Mustafa Adib a premier incaricato, come nella curiosa apertura francese a Hezbollah, una specie di tacito accordo con Teheran, di un «tradimento» delle aspettative di una piazza che manifesta da mesi per sbarazzarsi dell’intero establishment politico e costruire un Libano nuovo su solide basi. Parigi si è spinta oltre distribuendo ai leader politici convocati martedì da Macron una «bozza di programma di governo» che riassume le riforme che il futuro esecutivo «dovrà» attuare in tutti i settori per ottenere i fondi promessi, dalla magistratura all’energia, e dalla finanza alla sanità. Anche gli Usa si fanno sentire a Beirut. Dopo la visita del sottosegretario di stato, David Hale, giunto con la “carota” degli aiuti umanitari, è arrivato ieri il responsabile del Medio Oriente David Schenker con il “bastone” delle sanzioni.

I rappresentanti di Francia e Stati Uniti si erano scontrati al Consiglio di sicurezza sul rinnovo del mandato dell’Unifil, i caschi blu che monitorano la frontiera con Israele, prima di trovare un compromesso. La Francia sa di poter giocare le sue carte solo nel breve tempo che ci separa dalle elezioni americane. Poi le manovre torneranno in mano al padrone della Casa Bianca. Due mesi in cui la sorte del Libano rimarrà appesa a un filo. Anche per questo il patriarca maronita non si stanca di ripetere che la neutralità del Libano è l’unica via di salvezza per il Paese. Chi lo ascolterà?

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