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Federico Peirone

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23 Settembre 2016

LIBANO/SIRIA – (23 Settembre 2016)

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LIBANO – SIRIA

Caritas: La povertà crea tensioni fra libanesi e profughi siriani, si rischia un conflitto

 

P. Paul Karam, direttore di Caritas Libano, parla di “conflitto sociale” sempre più forte fra locali e popolazione in fuga dal conflitto siriano. A papa Francesco racconterà di una “situazione drammatica”. La Chiesa locale impegnata a mediare e allentare le tensioni. Chi produce armi “gestisce” anche la guerra e “manovra” perché essa continui. 

 

Beirut (AsiaNews) – In Libano è sempre più forte e concreto il pericolo di “conflitto sociale” fra la popolazione locale e i profughi fuggiti da Siria e Iraq, nazioni devastate dalla guerra e dall’ascesa dei gruppi jihadisti islamici. La gente ha iniziato “a vendere di tutto”, il governo “è debole” e non riesce più a proteggere e farsi carico di una popolazione “sempre più in difficoltà”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Paul Karam, direttore di Caritas Libano, da quattro anni in prima fila nel sostegno al flusso continuo di famiglie siriane (e non) che fuggono dalla guerra. Il sacerdote nei prossimi giorni sarà a Roma, per l’incontro fra gli operatori Caritas e papa Francesco. E al pontefice “racconteremo le cose come stanno – aggiunge – parleremo di una situazione drammatica”. 

In oltre quattro anni, il Paese dei cedri ha ospitato quasi 1,6 milioni di rifugiati siriani e deve affrontare squilibri demografici, economici, politici, di sicurezza che questo comporta. L’Onu, che enumera solo quelli registrati, afferma che ve ne sono 1,2 milioni. A questi vanno aggiunte almeno 700 famiglie di cristiani irakeni da Baghdad, Mosul e da Erbil e decine di migliaia di palestinesi dalla Siria. Il tutto a fronte di una popolazione libanese di circa 4,4 milioni e di un Paese sempre più in difficoltà nella gestione dell’emergenza.

Gli esperti della Banca mondiale si interrogano sugli aiuti da destinare al Libano, nel gravoso compito di accoglienza dei profughi. Al riguardo si è tenuto nei giorni scorsi a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, un incontro per delineare le nuove modalità di intervento “di fronte alle numerose sfide” poste dalla questione immigrazione. 

Il principale partner internazionale nell’opera di assistenza e di aiuto ai profughi è l’Unione europea che dal 2011, data di inizio della crisi siriana, ha stanziato almeno 800 milioni di euro. Fra questi vi sono 356 milioni in aiuti umanitari di cui 87 solo per il 2016 e più di 250 milioni di euro nel contesto della politica europea di vicinato. L’obiettivo è sostenere le istituzioni libanesi nell’opera di assistenza ai rifugiati, per garantire loro l’accesso ai servizi di base. 

L’Ue è anche il principale donatore nel contesto del conflitto siriano, con oltre 6,6 miliardi di euro forniti da Bruxelles e dai singoli Stati membri per rispondere ai bisogni in tema di assistenza umanitaria e di sviluppo. Tuttavia, l’emergenza in Siria cresce sempre di più e, secondo le ultime stime Onu, vi sarebbero almeno 13,5 milioni di persone “con bisogno urgente di aiuto”. 

Interpellato sull’emergenza, il direttore di Caritas Libano conferma il “grave rischio” di conflitto interno che aleggia sul Paese dei Cedri. “Il Libano sta soffocando – avverte – e se le Nazioni Unite e la comunità internazionale non trovano una soluzione per mettere fine al conflitto siriano, la situazione rischia di esplodere”. 

P. Paul Karam racconta di un “flusso continuo” di profughi che varcano i confini “attraverso vie non legali”. Questo contribuisce ad “alimentare la tensione: la comunità locale finora ha osservato la distribuzione di cibo e aiuti ai profughi, a fronte di un impoverimento progressivo dei libanesi”. In alcune zone del Paese vi sono cittadini “che vivono al di sotto della soglia di povertà. Una crescita del dato relativo alla povertà che riguarda i profughi come i libanesi stessi”. 

La Chiesa libanese cerca di mediare le tensioni, di abbassare il livello della contrapposizione e limitare il pericolo di uno scontro frontale fra due realtà diverse, ma unite dalla necessità e dal bisogno. “Facciamo quello che possiamo – racconta il sacerdote – ma i profughi non sono certo tutti cristiani. Molti di loro sono musulmani e non vi sono relazioni dirette. Con i cristiani e la popolazione locale noi cerchiamo di calmare gli animi, ma la gente inizia a gridare… ‘Consideratemi un profugo” è uno degli slogan che sta prendendo sempre più piede”. 

Più del cibo, più degli aiuti, più del denaro che rappresentano comunque una necessità “la cosa più importante è mettere fine al conflitto in Siria” sottolinea il direttore Caritas Libano, altrimenti “cresceranno tensioni, divisioni, terrorismo”. 

I poveri sono i primi a “pagare il prezzo” dei “litigi” fra le grandi potenze. Per qualche tempo si è coltivata “la speranza di un accordo fra Stati Uniti e Russia, ma la realtà sul campo sembra essere ben diversa” sottolinea il sacerdote, il quale ricorda le parole pronunciate dal premier libanese all’Onu: “Non si vede una soluzione pacifica per la Siria”. “È necessaria una pace basata sulla giustizia – conclude – e una lotta a tutto campo alla vendita e al commercio di armi. Non sono i Paesi poveri a fabbricare e trafficare le armi e la guerra siriana ruota anche attorno a questo elemento. Gli aiuti non sono infiniti, mentre chi produce armi gestisce pure la guerra e manovra perché essa continui”. 

Il testo originale e completo si trova su:

http://www.asianews.it/notizie-it/Caritas:-La-povertà-crea-tensioni-fra-libanesi-e-profughi-siriani,-si-rischia-un-conflitto–38665.html