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Federico Peirone

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14 Maggio 2013

LIBIA – ( 14 Maggio )

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Libia. Condanna per l’attentato di Bengasi. Gli Usa spostano 500 soldati a Sigonella



In Libia. Il governo condanna l’attentato di ieri a Bengasi. Un’autobomba esplosa nei pressi dell’ospedale Al Jala ha ucciso 15 persone e ne ha ferite 30. In questo scenario gli Stati Uniti hanno potenziato i militari nella base siciliana di Sigonella per essere pronti ad intervenire nel caso di nuove minacce contro personale diplomatico, dopo l’attentato al Consolato dell’11 settembre scorso. Massimiliano Menichetti:RealAudioMP3

Cinquecento marine americani sono stati trasferiti dalla Spagna nella base siciliana di Sigonella. L’operazione è pensata – spiega il portavoce del Pentagono George Little – per intervenire piu’ rapidamente nel caso ci fossero nuovi attacchi in Libia. Solo ieri l’ennesimo attentato, con autobomba, ha scosso Bengasi: 15 morti, 30 i feriti davanti l’ospedale Al Jala. La decisione statunitense segue le dichiarazioni del presidente Obama che ribadisce di non aver insabbiato i “fatti di Bengasi” dell’11 settembre dello scorso anno, quando morirono, in assalto terroristico, l’ambasciatore Usa in Libia, Christopher Stevens, due marines e un funzionario. Negli Usa infatti sono riesplose le polemiche sul mancato intervento militare che avrebbe forse potuto salvare la vita degli uomini a Bengasi. “Siamo preparati a rispondere se necessario, se le condizioni dovessero deteriorare o se venissimo chiamati “, ha sottolineato Little, precisando che il Pentagono ha dispiegato piu’ forze, con il compito di interventi rapidi per proteggere ed eventualmente evacuare personale diplomato, nella base Nato in Italia. Le forze spostate a Sigonella godono anche dell’appoggio di aerei per il trasporto delle truppe in grado di decollare, come un elicottero, senza bisogno quindi di una pista.


Sulla situazione in Libia Massimiliano Menichetti ha raccolto il commento di Gabriele Iacovino, responsabile analisti del Centro Studi Internazionali:RealAudioMP3

R. – In Libia c’è una situazione di instabilità e di difficoltà estrema delle istituzioni nel gestire il post-Gheddafi, che ormai si protrae da quasi due anni, e soprattutto c’è una situazione di instabilità alimentata sia dai gruppi, dalle milizie che non sono mai rientrati nell’unico esercito libico, ma anche dai gruppi legati al panorama terroristico di tipo qaedista e che in questo momento provengono un po’ da tutta la regione del Nordafrica.

D. – Come si mettono insieme ricerca di democrazia, instabilità e la necessità di costruire un sistema istituzionale?

R. – Diciamo che la Libia è stata un po’ abbandonata a se stessa, dopo l’intervento internazionale. Si è creato un vuoto di potere che, in questo momento, non trova una soluzione. La Libia è tornata ad essere quell’insieme di tribù, che di fatto è sempre stata, e comunque di regioni diverse: la Cirenaica, il Fez, la stessa Tripolitania. Ora la difficoltà più grande delle istituzioni libiche è quella di ricostruire il senso dello Stato, delle istituzioni in grado di mantenere lo Stato unito.

D. – Ma quindi, serve un appoggio dall’esterno oppure è necessario che dall’interno si trovi una via per riunire questa situazione così frammentata?

R. – Sicuramente, la Libia deve trovare al proprio interno la forza di cercare una propria stabilizzazione. Certo è che le stesse istituzioni internazionali – penso alle Nazioni Unite o comunque all’Unione Europea – potrebbero giocare un ruolo importante nella stabilizzazione, nell’aiutare a costruire il post-Gheddafi, dando il proprio supporto alla ricostruzione delle istituzioni di uno Stato che si è sgretolato e che continua a sgretolarsi e che da solo mostra difficoltà nella ricostruzione.

D. – In questo scenario è stato spostato un contingente di circa 500 marine dalla Spagna alla base di Sigonella, in Sicilia, è possibile un intervento?

R. – Gli Stati Uniti non vogliono trovarsi nuovamente impreparati ad un possibile attentato contro l’ambasciata americana a Tripoli, il consolato americano a Bengasi in questo momento non è funzionante, dopo l’attentato dell’11 settembre scorso. Più che un intervento, direi che si tratta di una scelta della amministrazione Obama contro le critiche, sia dell’opposizione sia da alcuni democratici, per la mancata prevenzione dell’attentato a Bengasi l’11 settembre scorso.

D. – La Libia aveva un ruolo strategico all’interno del Maghreb: c’è il rischio che la situazione sul terreno, così frammentata, in realtà sia veicolo per nuove forze terroristiche?

R. – E’ indubbio che laddove vi sia un vuoto di potere, soprattutto in Nordafrica – e il caso del Mali è comunque un esempio significativo – quei movimenti legati al qaedismo internazionale possono trovare terreno fertile per porre le proprie basi e per andare a rafforzarsi. La debolezza intrinseca della Libia – dal punto di vista istituzionale, politico ed economico – certamente non fa altro che ampliare i rischi del rafforzamento di gruppi qaedisti nel Nordafrica.

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del sito Radio Vaticana