Riccardo Redaelli mercoledì 18 dicembre 2019
L’offensiva finale di Haftar, le mire di Russia e Turchia, con il rischio di una guerra civile ancora più sanguinosa. L’Ue fuori dai giochi
Una casa distrutta dai bombardamenti nella periferia meridionale di Tripoli

Una casa distrutta dai bombardamenti nella periferia meridionale di Tripoli – Ansa

 

Il generale Khalifa Haftar ha in questi giorni annunciato l’ennesima, decisiva avanzata su Tripoli. Come fatto molte altre volte da quando, a sorpresa, lo scorso aprile decise di rompere le trattative per comporre le fratture politiche che paralizzavano la Libia, attaccando il governo di Fajez al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu e sostenuto dal nostro Paese. L’attacco, che nelle previsioni, doveva portarlo rapidamente a occupare la capitale libica non è andato come sperato dal generale e si è trasformato in una guerra di logoramento che sembrava indebolirlo piuttosto che rafforzarlo.

Fino a che, neppure troppo a sorpresa, la Russia ha deciso di agire anche in questo contesto mediorientale, permettendo che centinaia di famosi (o meglio, famigerati) mercenari del Wagner group volassero in Libia per sostenere le indebolite forze dell’autoproclamato esercito nazionale libico (Lna) di Haftar, che sono in realtà un miscuglio di milizie locali, mercenari stranieri e gruppi salafiti sostenuti e finanziati da Egitto e Emirati Arabi Uniti. E la spietata efficienza dei russi si sta facendo sentire anche in questo scenario, tanto che si teme che il proclama, per una volta, sia verosimile e che davvero il fragile governo di al-Sarraj, sostenuto solo da un insieme di milizie legate alla città di Misurata o a formazioni rivoluzionarie di ispirazione islamista, possa essere costretto alla fuga. A meno che la Turchia di Erdogan, sostenitrice da tempo del governo di Tripoli, decida di alzare l’asticella del proprio coinvolgimento, inviando direttamente truppe e non solo rifornimenti militari e droni.

Insomma, il caos libico – lungi dal placarsi – aumenta sempre più e si palesa anche qui, come già avvenuto in Siria o nello Yemen, quella tendenza a trasformare i conflitti locali in guerre per procura fra potenze regionali contrapposte. Le quali agiscono in modo sempre più sfacciato, profittando della perdita di credibilità delle Nazioni Unite, del disinteresse, della contraddittorietà e della deprimente mancanza di visione della politica estera dell’Amministrazione Trump e della totale irrilevanza dell’Europa. Quest’ultima non perde un’occasione per dimostrare quanto ormai sia incapace di porsi come attore unitario negli scenari di crisi, anche quando vengono lambiti i suoi confini, come nel caso della Libia. Se per anni l’azione di Bruxelles ha risentito negativamente dello scontro di interessi in terra libica fra Italia, Francia e Gran Bretagna, oggi la realtà è che sia i singoli Paesi, sia l’Unione nel suo complesso sono pateticamente incapaci di formulare una qualsivoglia strategia credibile.

E in questo spicca, in negativo, l’Italia, ossia la nazione che più di tutte dovrebbe giocare un ruolo attivo. Ma da anni, viviamo una carenza di prospettiva di politica estera, dato che la nostra politica è sciaguratamente ossessionata solo dai propri rivolgimenti interni. In più, la scelta recente di un ministro degli Esteri che si affaccia appena ora sulla scena politica internazionale (e che appare più impegnato a salvare il proprio ruolo di capo politico di un Movimento 5 Stelle in fibrillazione) ci indebolisce ancor più. Al contrario, avremmo bisogno che Roma riprendesse con forza il dossier libico nelle proprie mani, alla luce di quanto sta accadendo, con coerenza sulla linea storica filo-Onu (che vuol dire Sarraj) e non cercando una improbabile e tardiva politica dei due forni, aprendo anche ad Haftar. A questo fine è necessario richiamare l’attenzione di Washington su quanto va avvenendo. Che non è solo la ripresa degli scontri militari, ma anche l’evidente crescita del ruolo geopolitico di altre potenze alle nostre porte di casa, in particolare di Turchia e Russia, schierate su fronti contrapposti, la cui determinazione e capacità di condizionare le forze locali appare pericolosamente notevole. Se la Russia mostra la sua solita capacità di agire sul piano militare per condizionare le sorti di un conflitto locale, molto più di quanto abbiano fatto finora le altre potenze interessate alla Libia, la Turchia non si muove solo per sostenere le forze dell’attivismo del cosiddetto islam politico, avversato da Egitto, Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita e sostenuto invece da Erdogan e dal Qatar. In Libia, Ankara ha crescenti interessi economici, legati in particolare a un recente accordo per diritti esclusivi sulle riserve di gas offshore che è stato fortemente contestato dall’Unione Europa. Ma che mostra quanto sia spregiudicato il regime turco anche sulla questione energetica.

Insomma, in Libia si stanno sommando una serie di rivalità geoeconomiche e geostrategiche internazionali potenzialmente molto pericolose e che vanno a sfidare tutte le alleanze e i tatticismi regionali. Se in Siria la Russia era su fronti opposti a Arabia Saudita ed Eau, qui giocano da alleati. Mentre rischia un confronto indiretto sul campo proprio con quella Turchia su cui Putin ha tanto puntato per indebolire la Nato e a cui ha venduto armamenti sofisticati, provocando l’ira di Washington. A cui paradossalmente si rivolge Erdogan per sollecitare un intervento che limiti l’attivismo russo. Se chi legge si trova confuso e disorientato, si consoli pensando che anche analisti ed esperti politico militari si trovano nelle stesse condizioni. Succede sempre così del resto, quando il puro interesse nazionale spazza via ogni ragionamento per una soluzione multilaterale di una crisi complessa. Eppure alcuni punti fermi possono essere trovati.

Il primo è che per noi italiani è fondamentale che il governo al-Sarraj non finisca travolto da una sconfitta militare e che non si interrompa definitivamente il tentativo delle Nazioni Unite di trovare un compromesso politico che fermi il conflitto. Il secondo è capire – e far capire a chi sostiene Haftar – che la conquista di Tripoli rischia di trasformarsi in un bagno di sangue che sarebbe pagato soprattutto dalla popolazione civile. Finora, sono morti in molti mesi di scontro circa duemila persone. Terribile, anche se, rispetto ad altri conflitti, una cifra ancora contenuta. Combattere nella capitale aumenterebbe esponenzialmente le vittime e provocherebbe centinaia di migliaia di profughi. Una nuova catastrofe umanitaria che colpirebbe una popolazione stremata da anni di anarchia e che esporrebbe l’Italia a evidenti conseguenze, data la vicinanza delle nostre coste. Il terzo è che alzare l’asticella dello scontro militare – lo si è visto troppo spesso in Medio Oriente – non porta alla fine del conflitto ma solo lo infiamma maggiormente spingendo gli altri attori regionali a interferire con maggior determinazione.

Dinanzi a una situazione che rischia di estromettere tanto i Paesi europei e gli stessi Stati Uniti dallo scenario libico, non solo a livello militare, ma anche e soprattutto dal punto di vista politico, economico ed energetico, è incomprensibile la nostra ignavia e la titubanza. Se non si vuole intervenire per soccorrere una popolazione intrappolata fra ambizioni e interessi contrapposti – del resto la solidarietà internazionale e la difesa del diritto è ormai vista come una malattia infettiva da troppi politici occidentali – o si faccia almeno per interesse. O per evitare di finire in una manifesta irrilevanza mentre si combatte nel cortile dinanzi la nostra casa.

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