Paolo Lambruschi mercoledì 25 luglio 2018
La vicenda di un richiedente asilo eritreo recluso in un lager vicino a Tripoli in condizioni orribili. Come tante altre migliaia di persone senza alcuna colpa
Un'immagine di un centro di detenzione per migranti in Libia. Un lager

Un’immagine di un centro di detenzione per migranti in Libia. Un lager

Una voce grida nel deserto per squarciare il velo di indifferenza e di odio che circonda la sorte di decine di migliaia di africani detenuti in Libia. Da un centro di prigionia di Tripoli, uno dei tanti lager gestiti dalla polizia libica, Salomon – nome di fantasia per evitare ritorsioni – descrive al telefono su Whatsapp e con dettagliati messaggi e fotografie il girone infernale dove è rinchiuso. Anzi, spiaggiato.

Gli operatori umanitari internazionali che hanno potuto visitare i lager sono rimasti sconvolti per le condizioni inimmaginabili in cui sopravvivono uomini donne e bambini spesso malati e senza cure. Sovente si tratta di persone censite dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e in possesso di un tesserino che riconosce la loro condizione di richiedenti asilo. Ma se non ci sono Stati terzi disposti ad accoglierli restano dove sono, in condizioni di sovraffollamento subendo quotidianamente abusi e torture.

«Sono eritreo – racconta Salomon – e sono arrivato in Libia nell’ottobre 2017. Insieme ad altre 250 persone portate da diversi trafficanti eravamo rinchiusi senza cibo né acqua da due giorni in un capannone a Sabratha». Ma la polizia li intercetta e li porta nel centro di detenzione di Gharyan. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati riesce a censirli. Ma non succede nulla e abusi, maltrattamenti e torture sono la quotidianità. «A gennaio donne e minori sono stati portati a Tripoli e dopo due mesi evacuati in Niger. Ma la nostra situazione non cambiava». Così il 15 maggio, durante un attacco notturno al centro, riescono a scappare. La polizia libica apre il fuoco e uccide 5 persone.

Salomon conosce il nome di 4: «Erano eritrei. Si chiamavano Efrem Tesfay, 37 anni, padre di 4 figli; Oqbit Haile, 35 anni e padre di due figli; Solomon Fesehatsion, 32 anni e Samuel Feseha Beyene, 25, entrambi scapoli». Anche 3 somali muoiono per mano degli assalitori, che sono miliziani legati al Daesh. Costoro nell’azione hanno riempito un camion di somali e li tengono rinchiusi vicino a Bani Walid, chiedendo per liberarli un riscatto di 20 mila dollari.

Salomon intanto viene ripreso e portato in un altro centro, Sharie Al Matar, vicino a Tripoli. Anche qui l’Acnur monitora la situazione. «Siamo 1800 rifugiati provenienti da Gharyan, Zuwara e molti raccolti in mare dalla Guardia costiera libica. Un migliaio circa eritrei, 80 etiopi, gli altri somali, maliani e nigeriani». La situazione igienica e sanitaria è insopportabile: «Mancano acqua ed elettricità. Ci sono solo 4 latrine per le quali occorre combattere a sangue. Al momento abbiamo 15 malati di tubercolosi (8 eritrei e 7 somali) che nessuno cura. La situazione sta precipitando. Ci sono stati 8 morti in tre mesi per tbc e tre eritrei sono morti per il grande caldo nelle ultime due settimane. Nel centro ci sono anche 60 donne e 15 mamme con bambini. Abbiamo tutti paura di morire. Abbiamo scritto all’Onu ma nessuno ci viene prendere».

Ai 390 fuggiti da Gharian sono stati assegnati tesserini di richiedente asilo, altri 250 sono andati a chi è stato salvato in mare. I rimanenti, oltre un migliaio, non sono censiti e quindi esposti al rischio di essere rapiti o venduti come schiavi. Circa 150 migranti sono fuggiti per questo. Alcuni sono nascosti nella capitale, altri hanno provato a fuggire via mare, ma sono stati catturati dai libici e riportati nel lager.

Che non sono il centro di transito “a 5 stelle” visitato dal ministro Salvini a Tripoli qualche settimana fa. Quella struttura è stata progettata per ospitare richiedenti asilo come Salomon e i suoi sfortunati compagni muniti di tesserino; ma perché si riempia occorre che Stati terzi si dichiarino pronti a effettuare un’evacuazione umanitaria. Caritas italiana, appena conosciuta questa storia, l’ha richiesta al governo italiano e all’Ue.

«Si tratta di una vicenda esemplare – incalza Oliviero Forti, responsabile immigrazione dell’organismo pastorale della Cei – perché rappresenta l’orrore che stanno vivendo migliaia di persone imprigionate in Libia. Non è questa l’accoglienza degna di un Paese civile. Chiediamo che il governo italiano intervenga evacuando quel centro per curare le persone vulnerabili, come è stato fatto a dicembre e a febbraio. E chiediamo anche all’Ue di non restare sorda davanti al grido di aiuto». Le partenze dei barconi si sono ridotte, ma un lento massacro è il prezzo che troppi uomini stanno pagando in uno dei tanti gironi dell’inferno libico.

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