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Federico Peirone

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8 Novembre 2016

LIBIA – (8 Novembre 2016)

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Libia: l’Unione Africana cerca una soluzione alla crisi

Bandiere libiche su Sirte, in gran parte sottratta all'Is - ANSA

Bandiere libiche su Sirte, in gran parte sottratta all’Is – ANSA

Si apre oggi ad Addis Abeba, in Etiopia il summit dell’Unione Africana sulla Libia. Sul tavolo la situazione nel Paese nordafricano e gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi. Sul terreno intanto le milizie delle ovest, fedeli al governo di Al-Serraj hanno preso il controllo del penultimo quartiere di Sirte in mano al sedicente Stato Islamico, mentre l’indipendente generale Haftar combatte contro milizie legate ad al Qaeda. Sull’importanza dell’incontro dell’Unione Africana Michele Raviart ha intervistato Arturo Varvelli, esperto di Libia per l’Ispi:

R. – Io penso, da una parte, che sia un buon passo perché naturalmente la crisi libica coinvolge in parte i Paesi africani limitrofi e soprattutto Niger, Ciad, Sudan, paesi che hanno un ruolo attivo e passivo nella crisi libica e che quindi in qualche maniera possano cercare di veicolare un messaggio comune alle varie parti in causa Libia. Sono però, dall’altra parte, piuttosto pessimista sul fatto che l’Unione Africana possa avere qualche successo, quando abbiamo visto che non sono riuscite le Nazioni Unite in un tentativo di mediazione  che ormai dura da un anno  e mezzo.

D. – Il governo Serraj sta preparando la riapertura delle ambasciate. Che cosa significa questo gesto?

R. – Ha un significato importante nell’affermare la legittimità, l’effettività di questo governo però poi naturalmente dobbiamo valutare una reale capacità di controllo territoriale, di monopolio dell’uso della forza dei governi che gli Stati appoggiano. In questo il governo di Serraj è ancora molto lontano dall’avere una vera capacità, un effettivo controllo territoriale. Non abbiamo ancora un vero governo di unità nazionale, abbiamo ancora un vecchio parlamento che risiede a Tobruk, che si doveva essere sciolto ma che in realtà tiene in scacco, insieme al generale Haftar, il futuro del Paese.

D. –  Sul campo tutte le forze stanno combattendo contro il fondamentalismo islamico, cioè il governo contro lo Stato Islamico a Sirte… Il generale Haftar che combatte contro una frangia di al-Qaeda… Qual è la situazione?

R.  – Mi pare che questo combattere lo Stato Islamico, da una parte, e le milizie islamiste radicali forse legate ad al-Qaeda dall’altra, sia diventata una rincorsa alla legittimazione internazionale. Da una parte, i contendenti in Libia si vogliono prendere il merito di questa lotta sul terreno libico… Sta facendo così il generale Haftar, che ci ricorda che lui sta combattendo al-Qaeda, sta combattendo gli islamisti in senso ampio, includendovi in buona parte anche la Fratellanza musulmana, e che non c’è bisogno di un intervento occidentale ma bisogna dargli sostanzialmente più armi. Dall’altra parte c’è Serraj, i misuratini che hanno combattuto effettivamente a Sirte lo Stato Islamico e che però paiono non voler portare lo scacco finale perché naturalmente vogliono utilizzare fino in fondo tutte le politiche che il combattere lo Stato Islamico gli permette di avere, cioè un supporto internazionale che prima non avevano.

D.  – In questo contesto qual è la situazione della popolazione? Abbiamo notizie di aiuti umanitari dall’Algeria?

R. – La popolazione libica sta vivendo un periodo di grande disillusione rispetto a questa transizione. L’economia libica è piuttosto a pezzi. Secondo dati recenti della Banca Mondiale il tasso di inflazione mi pare sia cresciuto del 25% nel primo semestre di quest’anno. I prezzi di vari alimenti sono quintuplicati, il reddito pro capite è sceso sotto i 5 mila dollari… Tutto ciò, ovviamente, è determinato dal fatto che non si riesce ad esportare petrolio.

Il testo originale e completo si trova su:

http://it.radiovaticana.va/news/2016/11/08/libia_lunione_africana_cerca_una_soluzione_alla_crisi/1270814