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Federico Peirone

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28 Gennaio 2013

MALI – ( 28 Gennaio )

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GUERRA IN AFRICA
 
Mali, gli islamisti bruciano preziosi manoscritti storici

 
 
 
Anche i libri e la storia che custodiscono possono essere annoverati tra le vittime della guerra e dell’intolleranza. In Mali, gruppi islamisti hanno dato alle fiamme un edificio che conteneva alcuni preziosi manoscritti prima di fuggire da Timbuctu all’arrivo delle truppe francesi e maliane.

L’episodio, sul quale esistono diverse testimonianze, è stato confermato dal sindaco della città, Halley Ousmane, che si trova oggi a Bamako. «Il centro Ahmed Baba dove si trovavano dei documenti di grande valore storico è stato bruciato dagli islamisti. Si tratta di un vero crimine culturale», ha denunciato il sindaco. Ahmed Baba è il nome di un istituto di alte ricerche islamiche che ospita fra i 60 e i 100mila manoscritti, alcuni dei quali risalgono all’era preislamica.  Timbuctu, situata a poco distanza dal fiume Niger nel sud-ovest del deserto del Sahara, è stata la capitale intellettuale e spirituale dell’islam in Africa fra il XV e il XVI secolo e in città viene conservata ancora una parte delle ricchezze culturali dell’epoca, compresi 700mila manoscritti arabo-islamici dei secoli XIII-XVI, fra i quali alcune opere di Avicenna. La presenza dei terroristi di Al-Qaeda ha messo fortemente a rischio questo patrimonio: gli estremisti hanno già distrutto un santuario nel luglio del 2012, mentre lo scorso dicembre sono stati smantellati quattro edifici dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

I precedenti
Nella Germania nazista fra il 1933 e il 1945 migliaia di volumi vennero arsi tra le fiamme dei “Bücherverbrennungen” (roghi di libri). Il regime nazista divenne molto noto per i roghi delle opere di oppositori politici e scrittori considerati sconvenienti ed immorali, per il contenuto delle loro opere, le loro opinioni politiche o le loro origini etniche. L’episofio più famoso avvenne in “Opernplatz” (Piazza dell’Opera, oggi Bebel Platz) il 10 maggio 1933 quando vennero dati alle fiamme più di 25mila volumi ritenuti pericolosi. 

In Cile, dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973 i militari cileni sequestrarono e bruciarono migliaia di libri di politica, anche se nel febbraio 1987 il Ministero dell’Interno cileno ammise solo di aver bruciato 15mila copie di “Le avventure di Miguel Littin clandestino in Chile”. Il 29 di aprile del 1976, Luciano Benjamìn Menéndez, capo del III Corpo dell’Esercito a carico della riorganizzazione Nazionale (Colpo di stato Argentino) con sede in Córdoba, ordinò un rogo collettivo di libri, tra i quali si trovavano opere di Proust, Garcia Márquez, Cortázar, Neruda, Vargas Llosa, Saint-Exupéry, Galeano… Disse che lo faceva «con il fine che non rimanga nessuna parte di questi libri, opuscoli, riviste… perché con questo materiale non continui ingannando i nostri figli».

Più recente nella memoria collettiva, l’incendio delle Vijećnica, la Biblioteca nazionale di Sarajevo che venne bombardata nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 durante l’assedio della capitale bosniaca a opera dell’esercito della Repubblica Srpska. In una sola notte bruciarono un milione e mezzo di libri e seicento anni di percorsi di convivenza. Decine di vigili del fuoco, bibliotecari e volontari cercavano di mettere in salvo i libri dalle fiamme, nonostante i cecchini e le antiaeree continuassero a colpire l’edificio. In quella occasione una giovane bibliotecaria, Aida Buturović, perse la vita a 32 anni dopo essere stata colpita da una scheggia di granata mentre cercava di salvare parte dei libri. Alla fine solo un decimo dei libri conservati nella Biblioteca Nazionale riuscì a salvarsi dalle fiamme.