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Federico Peirone

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4 Marzo 2013

MALI – ( 4 Marzo )

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GUERRA IN MALI
 
Dal conflitto alla governance

Il segretario dell’Istituto universitario europeo, Ferrara, invita l’Occidente a rafforzare governi in grado di gestire questioni importanti come ”l’istruzione, la sanità, le condizioni di vita della popolazione”

 
 
In Mali è in atto un conflitto “altamente irregolare” e “complesso” che rischia di essere lungo e “senza esito”, perché non è solo con un intervento di polizia internazionale che si costruisce la “governance” dei Paesi africani coinvolti. È questo il parere di Pasquale Ferrara, segretario generale dell’Istituto universitario europeo, con sede a Fiesole, intervistato per il Sir da Patrizia Caiffa. L’operazione “Serval”, guidata dalla Francia e appoggiata dalla comunità internazionale in Mali, è iniziata l’11 gennaio scorso e da allora filtrano pochissime informazioni. Una delle ultime notizie è la probabile uccisione, non ancora confermata dalle autorità francesi, di due leader di gruppi islamisti coinvolti, Moktar Belmoktar e Abdelhamid Abou Zeid.

Che idea si è fatta finora del conflitto?
“Come tutti i conflitti sorti dopo la guerra fredda è altamente irregolare: non ci sono eserciti, non ci sono obiettivi facilmente identificabili. Il tutto è amplificato dalla natura del territorio e di queste organizzazioni. Al Qaeda nel Maghreb non è la stessa di Bin Laden. Queste sono associazioni che nascono, per così dire, in ‘franchising’, hanno una logica propria e si rifanno solo lontanamente all’agenda della violenza terrorista secondo il modello di Al Qaeda. Perciò siamo in una situazione abbastanza complicata: queste guerre rischiano di essere senza esito. Non si comprende bene quale sia il punto finale. Perché passiamo da un’instabilità ad un’altra, senza sapere l’effettiva incidenza del potere costituito. Non dimentichiamo che in Mali l’attuale governo è nato da una sorta di colpo di Stato. Quindi, dividere con l’accetta tutto il bene e tutto il male è abbastanza difficile”.

La Francia motiva l’intervento armato con l’avanzata del terrorismo nella regione. Un rischio reale?
“Nella regione la situazione è ibrida: accanto a formazione terroristiche ci sono gruppi transnazionali criminali, fazioni locali che lottano per il potere, antiche questioni di definizione dei confini come quella dei tuareg. È difficile che l’etichetta terrorismo possa racchiudere tutto ciò. Certamente c’è una chiara matrice di islamismo violento, frammista però ad una serie di altri fattori che complicano la vicenda regionale. Non dimentichiamo che stiamo in una zona del mondo abbastanza complessa, in cui il coinvolgimento degli altri Paesi è importante. L’Algeria, ad esempio, ha un atteggiamento ambiguo: vuole stabilità ma al tempo stesso teme di essere coinvolta, anche solo con operazioni di peacekeeping”.

Per la comunità internazionale qual è il vero obiettivo geo-strategico?
“È lo stesso obiettivo al centro della politica degli Stati occidentali nei confronti dell’Africa: evitare l’instabilità e il fallimento di interi Stati, con situazioni che ricordano il caso della Somalia. Ma se non si considera la ‘governance’ si dà la stura a qualsiasi tipo di problema. Non dobbiamo ricordarci dell’Africa solo quando esistono situazioni critiche o di conflitto. Rafforzare la ‘governance’ significa creare governi in grado di gestire questioni importanti come l’istruzione, la sanità, le condizioni di vita della popolazione. Invece, ci si muove solamente in queste situazioni critiche”.

E la “governance” non si costruisce solo con un intervento armato…
“Certo. Il punto è: che tipo di consenso hanno le autorità centrali che in questo momento si cerca di rafforzare? L’elemento democratico è importante. Sappiamo tutti che la democrazia non si esporta e che senza una democrazia generata localmente, per quanto limitata, debole e imperfetta, non si va da nessuna parte. O si fomenta il cambiamento anche dal punto di vista politico-istituzionale oppure questi interventi – che possono generare effetti nel breve e medio periodo – nel lungo termine rischiano di essere inefficaci, se non accompagnati da altre misure. Bisogna ricostruire i fondamenti del consenso e della democrazia, ma non secondo il modello occidentale”.

Come ritorsione i gruppi islamisti usano il rapimento di occidentali: tra gli ultimi, il caso scioccante della famiglia con bambini in Camerun…
“Quando questi gruppi entrano nella logica che qualsiasi fine è perseguibile con qualsiasi mezzo, è evidente che siamo al di là di ogni filosofia morale, anche all’interno della stesso islam. Non possiamo giudicarli con questi criteri. Fanno cose orribili perché sono al di là dell’etica: che la vittima sia il bambino o il volontario inerme, purtroppo cambia poco dal loro punto di vista. Noi siamo particolarmente colpiti, ovviamente, perché dibattiamo da secoli di questi temi. Ma non è una logica che possiamo applicare in queste circostanze. Dovremmo indignarci allo stesso modo anche quando dei droni bombardano villaggi afgani e uccidono donne e bambini”.

Pare siano stati uccisi due leader molto importanti. Quali conseguenze?
“Sono due personaggi molto diversi. Abu Zeid rivendicava una sorta di leadership carismatica, ma comandava una banda di personaggi che ne ha fatte di cotte e di crude. Belmoktar era noto nella zona come Mister Malboro perché comandava un piccolo impero di traffici e contrabbandi, tutte attività che niente hanno a che vedere con l’agenda dell’islam. Però sarei cauto nel dire che al Qaeda nel Maghreb sia stata decapitata, perché sono gruppi che si muovono in un territorio vasto. Pensare che ci sia una centrale operativa che dirama gli ordini è una pura illusione. Erano due punti di riferimento ma non certamente i capi, perché in questo tipo di guerriglia ci sono leader di riferimento ma le operazioni vengono decise in autonomia dai singoli gruppi”.

Come si potrà decretare la fine di un conflitto così complesso?
“Rispondo con una domanda: in Iraq abbiamo vinto o perso? Nello stesso modo in cui si passa dalla guerra senza limite alla guerra senza esito. Si tratterà di governare una instabilità e favorire una qualche normalizzazione. Ma se il processo non sarà autoctono sarà molto difficile che questo accada”.

 
Il testo completo si trova su:

http://www.agensir.it/sir/documenti/2013/03/00257074_dal_conflitto_alla_governance.html