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Federico Peirone

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12 Gennaio 2017

MAROCCO – (12 Gennaio 2017)

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Ma il velo si potrà indossare

Perché il Marocco vieta la produzione di burqa

 
Una donna col niqab sulla neve delle Montagne Atlas, 30 chilometri da un popolare resort di  Marrakesh
Una donna col niqab sulla neve delle Montagne Atlas, 30 chilometri da un popolare resort di Marrakesh

Nel giorno in cui nei suk di Casablanca la polizia comunicava ai commercianti marocchini che non avrebbero più potuto produrre e vendere burqa, Abdelilah Benkirane, primo ministro incaricato dal re, vincitore alle elezioni del 7 ottobre, faceva fallire i colloqui per formare il nuovo governo e avviare il suo secondo mandato. Mentre il ministero dell’Interno bloccava con una circolare la commercializzazione del velo integrale, la politica marocchina affrontava la più vistosa crisi dalla Primavera araba del 2011, anno in cui persino il Regno lontano dalle violenze e gli estremismi che travolsero i regimi nordafricani, fu costretto a concessioni per bloccare il diffondersi delle proteste popolari. Anno in cui Benkirane e il suo partito passavano dall’opposizione al governo.

I due fatti non sembrano direttamente legati ma una trama sembra esserci, i probabili registi non lontani dalla corte del re. Benkirane è leader del Partito per lo sviluppo e la giustizia islamista (PJD), governa da cinque anni, ha prevalso sui liberali alle elezioni dello scorso autunno. Non era il candidato di Re Mohammed: i partiti vicini alla monarchia sono accusati di non volersi alleare con gli islamisti come la Costituzione marocchina richiede (il partito di Benkirane ha vinto ma non ha una maggioranza tale da poter fare a meno di una coalizione per governare).

Marocco: il partito islamico radicale Pjd vince le elezioni

Questo quadro consiglia di andare oltre l’inevitabile cornice cioè dibattito sul web e proteste dei salafiti. L’ordine di sbarazzarsi «entro quarantotto ore» di tutti i burqa che giacciono nei negozi di Rabat o Marrakesh o negli sperduti paesini più a sud, sembra avere ragioni politiche non solo di sicurezza certo non squisitamente religiose. Lo dimostrano alcuni fatti.

La circolare non vieta alle donne di indossare il velo integrale nei luoghi pubblici come ha stabilito una legge in Francia nel 2010. Fosse stato solo un problema di sicurezza – a capodanno il governo inglese ha ricordato che in Marocco è stata smantellata una cellula del califfato – il divieto avrebbe colpito le donne che indossano il velo.

Il consiglio superiore degli ulema, organo ufficiale e di indirizzo per i musulmani marocchini, non si è mai pronunciato sul burqa o sulla sua proibizione – le donne marocchine di solito non girano col volto coperto ma negli ultimi anni se ne vedono di più.

Nouzha Skalli, deputata socialista ed ex ministro dello sviluppo sociale prima dell’ascesa degli islamisti di Benkirane, citata dal Monde osserva: «Il divieto di vendere burqa è un passo importante nella lotta all’estremismo religioso». La decisione ha colto di sorpresa persino Leila Slimani, 35 anni, prima scrittrice marocchina a vincere il prestigioso premio Goncourt in Francia, sempre critica con le ipocrisie e leggi «medievali» del suo paese d’origine. Nel blog che tiene su le360.ma, sito vicino alla monarchia, Slimani in linea con Skalli definisce il burqa «uno strumento di oppressione, un’atroce negazione della donna, un insulto a mezza umanità».Certo fa pensare che le posizioni di una donna politica e di sinistra e di una scrittrice che ha difeso le due ragazze bastonate dai familiari per essersi baciate e filmate a Marrakesh, non coincidano con quella di gruppi di attivisti come l’ONDH che nel divieto di vendere burqa vedono solo «una violazione dei diritti delle donne di esprimere la propria identità politica, sociale e culturale e di vestirsi come meglio credono».

Ma qui è utile sottolineare che l’ordine di non vendere più burqa è partito dal ministero dell’Interno, che assieme alla corte e agli apparati di polizia sono accusati dagli islamisti di voler influenzare la vita politica e sociale del paese.

 

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