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Federico Peirone

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3 Luglio 2011

MAROCCO – (3 Luglio)

Marocco: valanga di "sì" per la nuova Costituzione
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Passi in avanti contro la pena di morte, nessun riferimento alla libertà di religione

di Paul De Maeyer

ROMA, domenica, 3 luglio 2011 (ZENIT.org).- Il re del Marocco, Mohammed VI, sembra aver vinto la sua scommessa. Dai risultati quasi completi emerge infatti che il “sì” ha stravinto nel referendum sul progetto di una nuova Costituzione [1], che si è svolto venerdì 1 luglio nel Paese maghrebino. Secondo i dati diffusi dal ministro degli Interni, Taieb Cherqaoui, e ripresi dal quotidiano Le Matin (2 luglio), sulla quasi totalità delle schede contate (il 94% dei seggi elettorali) ben il 98,4% dei votanti ha approvato la riforma costituzionale promossa dall’attuale regnante alawita.

L’affluenza alle urne è stata alta: su un totale di 13.106.948 elettori iscritti 9.228.020 hanno espresso la loro preferenza, un tasso di partecipazione quasi eccezionale del 72,65%. Infatti, come ricordano le fonti, in occasione delle ultime legislative (7 settembre 2007) solo il 36% circa dell’elettorato aveva votato.

Rabat non ha lasciato nulla al caso per la consultazione popolare, la ventisettesima della storia del Marocco post-indipendenza. Secondo Le Matin (30 giugno), su tutto il territorio nazionale sono stati installati oltre 40.000 seggi elettorali, di cui 3.400 nella “wilaya” o provincia del Grande Casablanca e 900 nella capitale Rabat. Altri 520 seggi hanno accolto il voto dei cosiddetti MRE (cioè marocchini residenti all’estero) nei vari consolati ed ambasciate del regno alawita nel mondo.

Il referendum aveva una cruciale importanza per Mohammed VI. Confrontatosi con le prime proteste di piazza – il “Movimento del 20 febbraio”, frutto dell’ondata rivoluzionaria che ha scosso il mondo arabo -, il re aveva annunciato in un discorso alla Nazione il 9 marzo scorso la creazione di una “commissione ad hoc per la revisione della Costituzione”, presieduta da Abdeltif Mennouni, professore di Diritto costituzionale all’Università Mohammed V di Rabat [2]. E’ stato poi lo stesso Mohammed VI a presentare appena due settimane fa, il 17 giugno, in un discorso televisivo il progetto di una nuova Costituzione elaborato dalla commissione Mennouni e ad annunciare la convocazione di una consultazione popolare sulla prima Costituzione della storia del Paese “fatta dai marocchini, per tutti i marocchini” [3].

Il nuovo testo, che è la sesta Carta Magna del Marocco e sostituisce l’attuale Costituzione del 1996 (precedente dunque all’ascesa al trono di Mohammed VI, il 30 luglio 1999), è stato definito dal primo ministro Abbas El Fassi in un’intervista al quotidiano Aujourd’hui Le Maroc (21 giugno) un “cambiamento storico”. Nel dirsi “molto soddisfatto”, il premier ha sottolineato che si tratta di una riforma che risponde “alle rivendicazioni dei partiti politici, dei sindacati nonché della società civile”. Netto è anche l’editoriale pubblicato il 23 giugno dallo stesso giornale. “Questa Costituzione – così si legge – farà del nostro Paese, molto semplicemente, e restando nel perimetro della Primavera araba, la prima democrazia del mondo arabo”.

La riforma costituzionale lanciata da Mohammed VI presenta infatti diverse novità. L’amazigh, cioè la lingua berbera, parlata da una fetta importante della popolazione, diventa ad esempio la lingua ufficiale assieme all’arabo “in quanto patrimonio comune a tutti i marocchini senza eccezione” (art. 5). Il testo sancisce inoltre l’eguaglianza di uomini e donne, e prevede la creazione di “una Autorità per la parità e la lotta contro tutte le forme di discriminazione” (art. 19).

Un’altra novità è che nel testo è stato inserito il “diritto alla vita”, che viene definito “il primo diritto di ogni essere umano”. “La legge protegge questo diritto”, così si può leggere nell’art. 20. Su domanda de Le Figaro (30 giugno), il presidente della Commissione ad hoc, Abdeltif Mennouni, ha specificato che il testo mira a porre fine alla pena di morte in Marocco, dove l’ultima esecuzione è avvenuta nel 1993. “Nella stesura dell’articolo abbiamo pensato di introdurre l’abolizione della pena di morte”, ha detto il costituzionalista. “Dopo il referendum, la palla sarà nel campo del Parlamento”.

Sul piano politico, la nuova Carta Magna di Rabat accresce i poteri del primo ministro, che diventa “capo di Governo” e dovrà essere nominato dal re “in seno al partito politico arrivato in testa alle elezioni dei membri della Camera dei Rappresentanti” (art. 47).

Non sfugge però ai commentatori che il re manterrà ampi poteri e continuerà a dominare il panorama istituzionale. Anche se la sua persona non è più sacra ma rimane “inviolabile” (art. 46), il sovrano conserverà nella sua veste di “Comandante dei Fedeli” (Amir Al Mouminine) e presidente del Consiglio Supremo degli Ulema (art. 41), di Capo dello Stato e di “Garante dell’indipendenza del Paese e dell’integrità territoriale del Reame” (art. 42), il suo ruolo di guida religiosa e politica. Il re presiede infatti non solo il Consiglio dei Ministri (art. 48) e nomina varie cariche pubbliche (art. 49), ma mantiene il controllo sulla sicurezza e sulla giustizia in quanto Capo delle Forze armate (art. 53), di presidente del nuovo Consiglio Superiore di Sicurezza (art. 54) e del Consiglio Superiore del Potere Giudiziario (art. 56).

Proprio per questo motivo, la nuova Costituzione viene considerata da molti solo una manovra per “evitare la rivoluzione” (ABC, 29 giugno). “Ciò che Mohammed VI sblocca da un lato, lo blocca dall’altro”, ha scritto Marie-Christine Corbier sul quotidiano finanziario francese Les Echos (29 giugno). Anzi, per il pediatra ed attivista per i diritti umani Nordin Dahhan, la riforma costituzionale è una “farsa” (De Volkskrant, 1 luglio). Anche il noto blogger marocchino Larbi respinge il testo. “Eravamo sotto un regime di monarchia con larghi poteri, in cui il re era capo dell’esecutivo, e resteremo sotto lo stesso regime con qualche ritocco di facciata”, così spiega in un articolo intitolato “Pourquoi je rejette la Constitution Mohammed VI” (18 giugno).

Contrario alla nuova Costituzione è anche il movimento islamista Giustizia e Carità, da non confondere con il partito islamista della Giustizia e dello Sviluppo (PJD), che sostiene la riforma. “Gli spagnoli o i francesi viverebbero sotto una Costituzione come quella presentata da Mohammed VI ai marocchini?”, chiede il portavoce Fatallah Arsalan (ABC).

La nuova Carta Magna delude senz’altro per quanto riguarda la libertà di religione, assente nel testo. Il Preambolo conferma “la preminenza accordata alla religione musulmana”, che rimane (come sancito dall’art. 3) “la religione dello Stato, che garantisce a tutti il libero esercizio dei culti”, una frase che figurava già nella Costituzione del 1996. Come ricordato da Ali Amar su Slate Afrique (29 giugno), il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD), il quale dice di proclamare un islamismo moderato, aveva minacciato di ritirare il suo appoggio al progetto di riforma se la libertà di religione fosse stata inserita nella Legge Fondamentale.

Anche se poi il regno alawita si impegna nel Preambolo a “mettere al bando e combattere ogni discriminazione nei confronti di chiunque”, fra cui anche quella basata sulle credenze, convertirsi ad un’altra religione rimane un tabù. Lo sta sperimentando sulla propria pelle Jamaa Ait Bakrim, che sta scontando nel più grande carcere del Marocco – la Prison Central di Kenitra – una condanna di 15 anni per “proselitismo” e distruzione di “proprietà altrui”: l’uomo aveva rimosso due vecchi pali della luce inutilizzati davanti al suo negozio, che le autorità locali avevano rifiutato di togliere (Compass Direct News, 17 settembre 2010).

Ritornando a Mohammed VI, la grande domanda adesso è se la sua riforma basterà per silenziare le voci di coloro che chiedono una vera democratizzazione e la fine del sistema feudale o “makhzen” in Marocco. La protesta sociale ha del resto anche un costo economico. Secondo il ministro degli Affari economici e generali, Nizar Baraka, nel primo trimestre del 2011 il numero di scioperi è aumentato del 77,78% rispetto allo stesso periodo del 2010 (Aujourd’hui Le Maroc, 30 giugno). Da gennaio a marzo, le giornate lavorative perse sono state 31.330 secondo i dati del ministero.


Il testo completo si trova su:


http://www.zenit.org/article-27290?l=italian