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Federico Peirone

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17 Gennaio 2012

MEDIO ORIENTE – ( 17 Gennaio )

Non è stata vana La primavera araba, un anno dopo
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Mohamed Bouazizi era un venditore ambulante abusivo di frutta e verdura nella città di Sidi Bouzid, in Tunisia. Ventisei anni, laureato disoccupato, Mohamed non era rimasto ad aspettare un lavoro migliore ma si era rimboccato le maniche per dare sostentamento alla sua famiglia. Il 17 dicembre 2010 la polizia gli confisca il banco di frutta. Alla sua richiesta di spiegazioni viene picchiato. Dalla disperazione alla rabbia: lo stesso giorno, davanti l’ufficio del governatore della città, il giovane si cosparge di benzina e si dà fuoco. Morirà in ospedale dopo 18 giorni. Un gesto estremo che mostra la frustrazione di tanti giovani tunisini privi di futuro e che diventa la scintilla della rivolta in molti Paesi arabi. Da Tunisi a piazza Tahrir al Cairo, per chiedere riforme sociali, diritti, lavoro. Una rivolta, che nessuno poteva prevedere, che covava sotto la brace della povertà e delle umiliazioni. Cosa resta della primavera araba un anno dopo? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Redaelli, docente di geopolitica all’Università Cattolica di Milano.

“Il panorama è ancora complesso – spiega il docente –. Ci sono Paesi in cui la primavera araba ha portato la caduta del regime, Tunisia ed Egitto, e a conseguenti elezioni. In altri, invece, la lotta si è incancrenita come nello Yemen, in Siria, o repressa, come in Bahrein, dove le aspettative, nel silenzio internazionale, sono state spente brutalmente. Le legittime aspirazioni dei popoli, un anno dopo, sono ancora presenti. Quanto queste abbiano la possibilità di concretizzarsi è da vedere. C’è stata una discrasia tra chi era in piazza a protestare e chi invece poi ne ha raccolto i frutti…”.

Come in Tunisia, in Egitto e in Marocco, dove il voto ha premiato gli islamisti a scapito di chi ha fatto la rivoluzione. “Primavera” scippata ai giovani dai partiti religiosi?
“Non direi scippata. I Fratelli Musulmani hanno vinto le elezioni senza brogli. È evidente che i partiti islamisti hanno una capacità di mobilitazione maggiore dei liberali. Nei sistemi dittatoriali pluridecennali, come l’Egitto e la Tunisia, le opposizioni liberali erano represse e, quindi, non hanno avuto tempo e modo di organizzarsi. Ma soprattutto non hanno avuto la capacità dei movimenti islamisti di penetrare in tutti gli strati della società. I liberali hanno un seguito negli ambienti urbani, gli islamisti hanno la moschea, straordinario strumento di aggregazione e di consenso”.

I partiti islamisti chiamati a governare saranno capaci di fare proprie le aspirazioni che sono alla base della primavera araba?
“Sono pessimista. In Egitto a vincere, non sono stati solo i Fratelli Musulmani, ma anche i Salafiti. I primi, in campagna elettorale, si sono dimostrati volutamente moderati, cauti, rassicuranti verso la minoranza cristiana, la Giunta militare e la comunità internazionale. I Salafiti, invece, si sono presentati con un’agenda settaria e dogmatica prendendo moltissimi voti. Proponendo un’interpretazione rigida della Sharia, i Salafiti faranno passare i Fratelli Musulmani come dei cattivi musulmani, con pesanti ricadute fondamentaliste. Lo stesso rischio anche in Tunisia e Marocco”.

Una primavera islamista che prelude a un inverno cristiano?
“In Egitto gli attacchi contro i cristiani sono quotidiani. C’è una parte del mondo islamico che a parole richiama il rispetto e la convivenza ma nei fatti considera le minoranze religiose, specie quella cristiana, un corpo estraneo dimenticando che i cristiani in Medio Oriente sono l’elemento originario. In Medio Oriente si è creato un clima violento tale da far sentire i cristiani sempre più precari e deboli. L’Occidente sta cominciando a percepire qualcosa ma si muove in modo esageratamente prudente quasi che a difendere i cristiani minacciati sia una colpa e non un dovere”.

In questo anno quale ruolo ha giocato l’Occidente che prima ha appoggiato i dittatori e poi li ha scaricati? Sarà così anche con la primavera araba?
“L’Occidente, seppur colto di sorpresa, ha sostenuto la primavera araba considerata come un segnale di cambiamento. Ma in questo confuso panorama mediorientale, l’Occidente si muove in ordine sparso. L’Europa è al solito divisa, come ha dimostrato la Libia, e non è in grado di proporre nulla. Senza dimenticare che alleati tradizionali degli Usa, come i sauditi, stanno soffiando sul fuoco del settarismo sunnita più estremista in funzione anti-iraniana e, quindi, anti-sciita. Una politica suicida, appoggiata dagli Usa per convenienza, che semina divisioni in Medio Oriente colpendo le minoranze cristiane”.

La primavera araba ha mostrato anche qualche luce, come la grande affluenza al voto, la richiesta di diritti, un’accresciuta sensibilità politica delle popolazioni. Il mondo arabo sta trovando la sua strada verso la democrazia?
“La crescita di consapevolezza politica e dei diritti e dei doveri sono segnali chiari. Ma serve tempo. Non si può pretendere che popolazioni disabituate riscoprano subito il senso dello Stato forte e la coscienza di una società civile. Ci vuole anche aiuto che non sia interferenza o peggio colonialismo, ma stimoli e segnali di avvertimento per favorire le cosiddette migliori pratiche e il rispetto della legge”.

Il testo completo si trova su:


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